È l’odio per Berlusconi il vero seme della violenza

In questa coda ambrosiana di Carnevale si può ridere dello stupore manifestato dall’ineffabile presidente del Consiglio per lo spaccato terroristico emerso dall’inchiesta dei magistrati milanesi, ma anche degli inviti da lui rivolti ad aumentare la vigilanza in tutti i settori e gli ambienti dove la lotta armata può fare proseliti. Ma di che cosa si stupisce e si preoccupa Romano Prodi dopo avere costruito una coalizione elettorale, diventata per il rotto della cuffia anche coalizione di governo, in cui ha promosso come più non si poteva una sinistra che si proclama orgogliosamente «antagonista»? Della quale fanno parte un presidente della Camera, Fausto Bertinotti, che fa gli elogi della «rivoluzione», illudendosi che si possa coniugare con la «non violenza», e un ex ministro nientemeno della Giustizia, Oliviero Diliberto, che del leader del maggiore partito d’opposizione, Silvio Berlusconi, appena scampato al progetto di un odioso attentato non trova di meglio da dire che «ci fa schifo». Che cosa si semina se non odio, e poi violenza, quando si parla così?
Reduce peraltro da un corteo - quello di sabato scorso a Vicenza - in cui sono per fortuna mancati i temuti disordini ma si sono ugualmente visti striscioni e sentiti slogan a favore di chi, arrestato qualche giorno prima per terrorismo, si era dichiarato «prigioniero politico», con linguaggio brigatista tristemente noto, Diliberto ha avuto anche il coraggio martedì sera di fare l’offeso in un salotto televisivo di grande ascolto per l'aggettivo «estrema» applicato nel titolo della trasmissione alla sinistra nella quale egli milita. Ha poi ottenuto che fosse chiamata «radicale», per fortuna in assenza di Marco Pannella. Che avrebbe il diritto di far causa a lui e al conduttore del dibattito, perché i radicali non meritano onestamente di essere confusi con una sinistra del genere, per quanto abbiano imprudentemente deciso di allearvisi anche loro per una stagione che spero di breve durata, visti i frutti che sta producendo. Sarebbe tuttavia disonesto prendersela solo con la sinistra antagonista per l’acqua che è ancora fornita ai pesci del terrorismo. Alimentano questo sciagurato acquario anche quei giornalisti, editori ed insegnanti di vari ordini e gradi che si prestano alla santificazione, o quasi, di tanti terroristi di un passato non certo remoto. I quali, dopo avere ammazzato e sovvertito, spesso scampando alla prigione con troppo generose ospitalità trovate all'estero, vengono accolti e trattati come eroi, o quasi, e i familiari delle loro vittime come rompiscatole perché osano lamentarsene. Si rischia così d’incoraggiare le leve più o meno nuove del terrorismo a scambiare la lotta armata per la prenotazione di comode e a volte anche brillanti carriere, diciamo così, borghesi: una roba, francamente, da voltastomaco.