L’odontotecnico fuggito da Milano su una slitta trainata da 36 husky

Quando il 10 luglio 1943 i generali George Smith Patton e Bernard Law Montgomery sbarcarono in Sicilia alla testa delle truppe alleate, mai avrebbero immaginato che la loro Operazione Husky avrebbe avuto una replica 63 anni dopo a beneficio di Bruno Vespa. Della nuova Operazione Husky s’è incaricato Francesco Rutelli, che venti giorni fa, con grande sprezzo del pericolo, è approdato alla festa della Margherita sotto i tendoni del palazzetto dello sport di Rocca di Mezzo (L’Aquila) su una slitta trainata da cinque cani siberiani. Ad immortalarlo, le telecamere di Porta a porta.
Vista da quassù, dai 1.870 metri del campo base all’Husky village, fra Bormio e Livigno, col termometro che segnava meno 10 e una tormenta di neve che rendeva distinguibili gli uomini dalle bestie solo per la postura a due zampe, la scena appariva di una comicità surreale. Perché qui, in Valdidentro, c’è un ragazzo, Lorenzo Tilli, che dagli husky e dalle slitte, costruite con le proprie mani, trae il necessario per vivere, incurante dei rischi di valanghe e di congelamenti. Mica un gigione che scimmiotta il dottor Zivago a beneficio delle platee televisive.
A parziale discolpa di Rutelli, va detto che questi cani nordici suscitano da sempre empiti sconcertanti negli umani. Jas Gawronski, il miglior amico di Gianni Agnelli, mi ha raccontato che quando Balto, l’husky più caro all’Avvocato, rimase ferito, il presidente della Fiat andò a trovarlo due volte nella clinica veterinaria in Svizzera dove l’avevano ricoverato: «A tavola gli dava da mangiare servendosi della stessa forchetta che usava lui. Ho visto taluni ospiti fare altrettanto in uno slancio di servilismo». Operazione igienicamente poco raccomandabile, ma non per i motivi che potreste supporre voi, comuni mortali: fu durante uno di questi pranzi allargati che Agnelli venne morsicato dal commensale a quattro zampe. Aveva scambiato la mano del padrone per una bistecca.
C’è qualcosa di antico nel profilo di Tilli, 40 anni, milanese, la pelle color cuoio cotta dal gelo, proprietario, allevatore e istruttore di ben 36 alaskan husky, maestro di sleddog (parola americana traducibile in «slitta trainata da una muta di cani») e musher, conduttore, degli avventurosi che arrivano sin qui, ai limiti del Parco nazionale dello Stelvio, per provare l’ebbrezza di un’escursione nella neve vergine. È qualcosa che profuma di pionierismo, di estremo, e che ricorda un suo lontanissimo omonimo di cui lui ignorava l’esistenza, un Lorenzo Tilli che fra il 1780 e il 1790, quando nel New Mexico non c’erano neppure i missionari, fu capopopolo fra gli indiani Pecos, oggi estinti.
Il guidatore di slitta ignora tante cose perché vive fuori dal mondo. Per esempio non sa, ed è meglio così, che Francesco Totti prima di sposarsi con Ilary Blasi teneva due husky nella sua villa di Casal Palocco, 5 metri sul livello del mare. E non sa neppure che in America la gente sciama dai cinema con gli occhi lucidi dopo aver visto Eight below, il film diretto per la Walt Disney da Frank Marshall, imperniato sulla storia vera di otto husky (in realtà erano 15) abbandonati in Antartide nel 1958 da una spedizione scientifica giapponese, i quali restano da soli alla catena sul pack a lottare per la sopravvivenza. Un kolossal hollywoodiano, già record d’incassi al box office con oltre 25 milioni di dollari, che uscirà nelle sale italiane a fine marzo. Del resto che cosa può importare di questo remake a Tilli, che ebbe la sua educazione sentimentale vent’anni fa con Antarctica del regista Koreyoshi Kurahara? «Come mi ha segnato quel film! Quanti pianti mi sono fatto rivedendo una, due, tre, dieci volte i professori Uschioda e Ochi ripartire da Tokio, tornare alla base di Showa in cerca dei loro husky che non erano riusciti a imbarcare un anno prima sull’aereo di soccorso e trovarne due ancora vivi, Jiro e Taro».
Prima di ritirarsi a vivere quattro anni fa in località Arnoga, toponimo che nello scabro dialetto dell’Alta Valtellina significa appunto «località», Lorenzo Tilli aveva cercato inutilmente di adattarsi alla vita della grande città. S’è diplomato odontotecnico. Ha costruito per qualche tempo protesi dentarie. Ma poi è tornato al lavoro del padre, artigiano falegname, e s’è messo a restaurare mobili d’epoca per conto di privati. Fra l’altro ha riportato all’antico splendore gli arredi della Villa San Borromeo di Senago, dimora storica del XIV secolo dove, oltre a San Carlo Borromeo, soggiornarono Diderot, Stendhal, Manzoni, Croce, Verga, Pirandello, Ionesco e Borges, ristrutturata dallo psicanalista Armando Verdiglione e dall’ereditiera tessile Cristina Frua De Angeli che ne hanno fatto la sede dell’Università internazionale del secondo Rinascimento. Alla fine, come nei romanzi di Jack London, il richiamo della foresta ha avuto il sopravvento.
Dica la verità: non ne poteva più di provare dentiere ai sessantenni.
«Ho capito che sarei rimasto per tutta la vita garzone di bottega. Gli odontotecnici affermati non tengono aperti i loro studi per mandare avanti le nuove leve. Ho trovato più calore nel piallare: tutti gli oggetti in legno che vede qui intorno li ho fatti io».
Perché è fuggito da Milano?
«Mi stava stretta. Fino ai 30 anni è la città d’Italia che ti offre le migliori opportunità di studio, lavoro, svago, vita sociale. Ma poi diventa una camicia di forza. Ti spegne dentro».
Che cosa non le piaceva della sua città?
«Ora che faccio? Mi metto a parlarle della gente che all’una addenta un panino in piedi al bar? Della ressa nel metrò e sui tram? Del traffico caotico? Dello smog? Del cielo color piombo? È che Milano vive solo per lavorare e in una città così i rapporti umani non possono che inaridirsi, diventare conflittuali».
Ci torna ancora qualche volta?
«I primi tempi ci tornavo spesso, sentivo la nostalgia di Porta Genova, il quartiere dove sono nato. Ora sempre meno. Non mi manca, ecco».
È dura la vita quassù?
«Be’, non è facile. Bisogna esserci tagliati. In questa stagione la neve può arrivare a due metri e 80 di altezza e la temperatura scende fino a 30 gradi sottozero. Mi alzo alle 4 del mattino per battere la pista che sale ai laghi di Cancano, 50 chilometri. Devi fare le scorte di cibo, spaccare per tempo la legna che serve a riscaldare la baita, prepararti a restare bloccato anche per giorni. Mantenere bene 36 cani è una goccia continua».
Lo fa da solo?
«Da tre mesi ho una fidanzata, Silvia, istruttrice cinofila. Era mia allieva ai corsi di sleddog. Ma non può star sempre qui. Abita a Lodi e lavora nel canile di Crema, dove ha da accudire 120 randagi».
Come le è venuta la passione per gli husky?
«Per i cani da slitta, vorrà dire. Ce ne sono di cinque razze diverse: alaskan husky, siberian husky, alaskan malamute, groenlandesi e samoiedo. In Alaska mi sono innamorato dei primi perché sono gli unici senza pedigree».
Cioè bastardi.
«Non userei questa parola. Sono incroci studiati ai primi del ’900 per questo tipo di lavoro. Ne ho portati in Italia sei esemplari dopo i miei viaggi in quello Stato, il più vasto e il meno popolato degli Usa».
È andato in Alaska apposta?
«Sì, ci ho trascorso tutta l’estate del 1999 e tutto l’inverno del 2000. Sono stato a scuola dal leggendario Joe Redington senior, il più grande musher che sia mai esistito, padre dell’Iditarod. Purtroppo ho anche fatto in tempo a vederlo morire, ucciso da un cancro alla gola a 82 anni».
Che cos’è l’Iditarod?
«È una gara di 1.688 chilometri che comincia il primo sabato di marzo di ogni anno e si svolge a meno 75 gradi da Anchorage a Nome, sullo Stretto di Bering che separa l’Alaska dalla Russia. Il tracciato è pressappoco lo stesso coperto dall’husky Balto nel 1925, quando, alla guida di una muta di cani da slitta, fu l’unico in grado di portare il vaccino che salvò i bambini di Nome da una spaventosa epidemia di difterite. Una corsa contro il tempo che gli valse una statua commemorativa nel Central Park di New York. I musher più bravi coprono il percorso in nove giorni e una manciata di ore».
Lei vi ha partecipato?
«No. Non mi piacciono le gare».
Ha sempre avuto cani fin da piccolo?
«All’ottavo piano di un condominio di piazza Napoli? Magari! Però da bambino volevo fare il veterinario».
Il suo primo incontro con gli husky?
«Agli inizi degli Anni 80. Era il periodo del rampantismo, della “Milano da bere”. Faceva tendenza girare con un husky al guinzaglio importato dagli States. Mi hanno subito incuriosito e ho cominciato a studiarli».
I suoi alaskan husky sono figli dei primi sei?
«Sì, tutti. Ho in animo di arrivare a una cinquantina».
È complicato farli riprodurre?
«Non particolarmente. La gestazione dura da 59 a 63 giorni. Due settimane prima del parto separo la femmina gravida dal branco, dove tornerà dopo 50 giorni, quando avrà finito di svezzare i piccoli. Passati altri due mesi riprenderà ad allenarsi».
E ai nuovi nati chi glielo spiega che devono tirare la carretta?
«Cominciano il training intorno ai 30-40 giorni. Al compimento del primo anno sono pronti per essere attaccati alla slitta».
Sembrano smilzi per il compito cui sono destinati.
«Pesano dai 17 ai 30 chili, ma possiedono una forza muscolare sbalorditiva. La voglia di correre e di trainare ha origini genetiche. Devono trottare quotidianamente per almeno 15-20 chilometri, altrimenti s’ammalano».
Ma quanti chilometri possono fare in un giorno?
«Anche 100 o 120».
Che cosa mangiano?
«Carne e pesce. Bisogna offrirglieli congelati. Rompere i blocchi di ghiaccio fra l’altro gli rinforza i denti. Inutile dire che sono più pratiche le crocchette».
In Alaska chi gli dà le crocchette?
«Sono grandi cacciatori di lontre e marmotte».
Perché molti husky hanno gli occhi di due colori differenti?
«I miei li hanno uguali e tutti scuri, altrimenti non reggerebbero ore e ore di riverbero del sole sulla neve. Gli occhi differenti sono il risultato di incroci dissennati compiuti con i siberian husky che li hanno di colore azzurro».
Che età ha il più anziano?
«Sono due, Kobuk e Ruby, dal nome di due villaggi dell’Alaska del Nord. Sei anni».
A chi dei due è più affezionato?
«Sarebbe una scorrettezza dirlo».
Non ci sentono.
«A Kobuk. È il capobranco».
Come s’è guadagnato i galloni?
«Non glieli ho certo appuntati sul petto io. L’ho capito dal modo in cui gli altri 35 lo rispettano. Ulula lui, ululano tutti. Sentono che è il più tosto. È temuto perché è geneticamente il più forte, quello destinato a portare avanti la specie. Infatti è dominante anche negli accoppiamenti».
Ma ululano o abbaiano?
«In genere ululano. Abbaiano solo quando si sentono minacciati, soprattutto da cani di altre razze».
Quindi è da dementi tenerli negli appartamenti in città?
«È uno dei motivi per cui non venderò mai i cuccioli».
L’organizzazione sociale degli husky prevede le quote rosa?
«Assolutamente sì. Spesso le femmine si trasformano in leader. Una fortuna, perché sono più affettuose e affidabili, litigano meno, hanno vivissimo il senso della casa, cioè del ritorno alla base».
Quanto possono vivere?
«Fino a 15-16 anni. Però a 9-10 smettono di lavorare».
E a quel punto dove li metterà?
«Sto creando un’apposita struttura, un recinto nel bosco dove potranno vivere in libertà vigilata la loro vecchiaia».
Gliene sono mai morti?
«Uno solo, Rufus. Faceva parte dei sei portati dall’Alaska. Un infarto. Ma non da stress, precisiamo».
Dove l’ha messo?
«Per la legge avrei dovuto farlo bruciare. Non me la sono sentita. L’ho sepolto in un luogo inaccessibile, sotto i pini».
Lei si considera un animalista, un ecologista?
«No. Non nel senso che queste parole hanno assunto in Italia. Semmai mi considero un naturalista. Amo gli animali e la natura. Gli animalisti tendono a essere estremisti».
Difendono l’ambiente per interesse politico?
«Questo io non lo dico».
Per mestiere, allora.
«O per noia?».
Gli animalisti definiscono la sua attività «molto commerciale e poco sportiva».
«Probabilmente non l’hanno mai provata. Gli manca la pazienza di seguirmi anche per un solo giorno. E poi se fosse un’attività commerciale a quest’ora sarei già ricco, non crede? Invece fatico ad arrivare a fine mese».
Perché gli husky dovrebbero divertirsi a trainare un panzone come Edoardo Raspelli su una slitta?
«A loro non interessa se sulla slitta sale lei o Raspelli».
Lo credo: il peso è uguale.
«A loro interessa solo correre».
Li lasci liberi di correre senza fardelli appresso, allora.
«Non ha capito: questi animali hanno una predisposizione naturale al traino. È inscritta nel loro Dna. Se li sgancio dalla slitta, non è che si mettano a scorrazzare, stanno fermi, nonostante in loro sia fortissimo quello che gli americani chiamano “desire to run”, la brama di correre. Per gli alaskan husky uscire è il massimo gaudio, tirare la slitta è un gioco. Quando ne attacco solo otto, gli altri 28 che restano a casa abbaiano, protestano».
L’hanno accusata di farli correre anche d’estate sotto il sole su slitte munite di ruote.
«Non ho inventato niente. Le escursioni sullo sterrato si svolgono in tutto il mondo. Servono per mantenerli in esercizio. L’importante è non farli mai correre se la temperatura supera i 16-17 gradi, evento piuttosto infrequente a questa altitudine».
Chi le dice che non soffrano?
«Si capisce benissimo se un cane soffre. Così come si vede quando è allegro, gioioso».
Come fa a guidarli senza briglie né fruste?
«Ogni musher sa che per far partire la muta basta un semplice ordine verbale, “hike!”. È un comando standard in tutto il mondo, come gli altri comandi che mescolano gli idiomi dei nativi del Nord America, degli indiani Atabaskan e degli eschimesi. Certo, se ai miei cuccioli dicessi fin da subito “vai!”, imparerebbero quello».
E se si ritrova a dieci chilometri da qui in mezzo ai ghiacci, a meno 20, con i cani sfiniti e la notte che scende?
«Io dormo nella sacca della slitta, che si può trasformare in una piccola tenda. Gli husky invece non hanno problemi. Anche al campo base, dove ognuno dispone di una cuccia, fino a 25 sottozero preferiscono dormire all’aperto. Si acciambellano nella neve, creando un piccolo cratere, e così prendono il calore dal terreno».
I suoi cani parlano?
«Senz’altro a Kobuk e Ruby manca solo la parola».
Glielo chiedo perché dieci anni fa a Schio, nel Vicentino, la famiglia Sessegolo si vantava d’avere un husky siberiano, Ruben, che mugolava «mamma». Lino De Rigo, un vicino di casa, lo filmò mentre parlava.
«È facile confondersi. Il mio Balto fa un verso strano che può essere interpretato come “mema”».
Non ha mai avuto la tentazione di darsi alle esplorazioni solitarie?
«Sto cercando di ripetere la spedizione che Ambrogio Fogar aveva compiuto con l’husky Armaduk nel 1982 al Circolo polare artico. Ma senza gli sponsor un’impresa come quella è impossibile».
Che cosa ha imparato dai suoi cani?
«Più sto insieme a loro e più imparo che siamo molto simili. Stessa introversione. Stessa capacità di adattarci alle ostilità del clima e dell’ambiente. Stessa resistenza alla fatica: prima credevo che fosse un retaggio del servizio di leva nei granatieri di Sardegna... Soprattutto stesso amore per il silenzio. Gli husky parlano con gli occhi. Mi ci ritrovo».
Ma lei si fida più degli uomini o dei cani?
«Da scrivere è pesante: dei cani. Il mio Kobuk non mi tradirebbe mai».
(321. Continua)
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