L’offensiva dei bestseller italiani

De Cataldo, Siti, De Carlo, Veronesi e non solo. I nostri scrittori
arrivano in massa in libreria e contrastano lo strapotere degli
stranieri. Una strategia editoriale che guarda al marketing

In questi giorni si sono concentrate le uscite dei migliori scrittori italiani contemporanei. O almeno di quelli capaci di muovere il mercato. Al di là delle prevedibili battaglie di marketing, validissime per arginare il fenomeno dei romanzoni stranieri, troppo spesso solo fenomeni estemporanei (si veda il caso Stieg Larsson), è la qualità narrativa dei libri più recenti a far ben sperare in una stagione letteraria ricca di sorprese. Autori come Andrea De Carlo, Umberto Eco e Sandro Veronesi, sebbene molto lontani tra loro, hanno il merito di avvincerci alla lettura come da tempo non accadeva (forse dai giorni di Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo).

La stagione dei grandi ritorni è stata aperta proprio da De Cataldo con il suo risorgimentale I traditori (Einaudi): purtroppo è il romanzo più debole del lotto. Peccato, De Cataldo con il suo Romanzo Criminale aveva davvero contribuito a dare aria nuova alla letteratura civile, a quella letteratura popolare capace di suscitare interesse anche a libro finito. Una letteratura dell’impegno ma senza impegni. Una scampagnata nei luoghi oscuri di anni troppo recenti per essere indagati. De Cataldo ha avuto il coraggio di farlo: oggi ne paga le conseguenze proprio perché quel capolavoro è difficilmente ripetibile, e il paragone è sempre dietro l’angolo.
A seguire uno dei migliori libri italiani di questo 2010: Autopsia dell’ossessione di Walter Siti, pubblicato la settimana scorsa da Mondadori. Un romanzo di attualità sconcertante perché dimostra come il nostro imbarbarimento sia imputabile solo a noi stessi: a una deriva di valori che non si può identificare con «un Colpevole». È stata poi la volta di Andrea De Carlo che con LeieLui (Bompiani) è riuscito a scrivere un romanzo di cui è impossibile non ammirare la capacità narrativa. Una sorpresa anche per chi non l’hai mai letto, pochi, o chi non lo ha mai amato, tanti: il De Carlo più sincero dopo Uto, tra le sue opere forse più sottovalutate.

Troppo spesso i lettori rimangano in balia dei meccanismi (inceppati) di quella o quell’altra scuola di scrittura. Ineccepibile da questo punto di vista Il cimitero di Praga (Bompiani) di Umberto Eco: una macchina da guerra narrativa ideata per incastrare tutti, dagli storici alle portinaie. Al di là delle letture dietrologiche e polemiche - antisemitismo o massoneria - lo scrittore riesce, senza cadere nella sindrome di Dan Brown, a raccontare una storia godibilissima che non può non affascinare anche i meno vicini alla lettura. E in un paese come l’Italia, stime della settimana scorsa, dove solo il 38% degli italiani legge un libro all’anno (fanalini di coda in Europa) è già un primo passo.

Autentica sorpresa è Sandro Veronesi con il suo XY (Fandango): non perché Veronesi non sia un buon scrittore, anzi, ma perché questo ultimo romanzo sin dalle prime righe ci rapisce. Rimaniamo immersi nella storia senza galleggiare, riusciamo a nuotare con le nostre braccia verso una riva, la fine del libro, che è in realtà solo l’inizio della vera traversata. Veronesi, reduce dal successo dell’ultimo Caos Calmo (Premio Strega tradotto in 20 lingue), riesce nell’impresa di raccontare coi tempi di un thriller un romanzo che non è un thriller. La lettura a perdifiato (da quanto tempo non accadeva di stare incollati ai bordi di un libro?) è garantita: perché quello che riesce a ideare e raccontare Veronesi non è il male indagato dai riflettori catodici della cronaca nera da «morte in diretta» ma è il mistero stesso della vita, l’origine di un Male che (troppo spesso lo dimentichiamo) si può trovare ovunque. Il romanzo inizia con una strage inspiegabile. In un piccolo paesino di montagna, che nel nome San Giuda sembra portar con sé il proprio destino, assistiamo alla morte di moltissimi abitanti nello stesso posto, il bosco, alla stessa ora ma nei modi più diversi ed efferati: una ragazza violentata e sgozzata, una donna suicida, un drogato per overdose, un malato di cancro e addirittura una donna sventrata da uno squalo. Potremmo essere nel surreale, in uno dei quadri definitivi di Bosch, in realtà nulla di tutto questo.

Veronesi dimostra che «se esistono le parole per dirlo, è possibile». Gli eccidi e le miserie che ci passano davanti tutti i giorni, quasi sfiorandoci, coltivano paradossalmente la nostra indifferenza di cinici spettatori al riparo: sfuggiamo a noi stessi sfuggendo al Male degli altri. Perché il dolore degli altri è «solo dolore a metà» e in questa indifferenza, che Pasolini avrebbe definito «omologazione», continuiamo a sopravvivere.