L’offensiva non sia giustizialista E adesso vanno tagliate le tasse

Ci sono elementi inquietanti nella volontà del governo, sempre più esplicita, di dichiarare una guerra senza quartiere agli evasori: moltiplicando i controlli, incrociando i dati, affinando le tecniche di definizione dei redditi presunti.
In primo luogo va ricordato una società è tanto più liberale quanto meno gli uomini di Stato mettono le mani nelle tasche della gente, dato che l'imposizione è una forma violenta di esproprio, che va dunque minimizzata e tenuta sotto controllo.
C'è poi un serio problema di civiltà giuridica, dato che ormai vige un «giustizialismo tributario» che trasforma una semplice ipotesi in una prova, un indizio in una certezza. Il fatto stesso che già ora in molti casi il reddito sia presupposto (l'inversione dell'onere della prova è un'aberrazione giuridica) e che il contribuente debba dimostrare di avere entrate inferiori a quelle ipotizzate dall'amministrazione attesta che siamo davvero su una pessima strada. Per questo è preoccupante che la Lega annunci ronde anti-evasione, lasciando intendere che potremmo avere cittadini pronti alla delazione, alla denuncia del vicino, alla segnalazione al fisco del proprio concorrente.
Per di più, affrontare l'economia sommersa mobilitando la Guardia di finanza significa non avere compreso che se in Italia si evade tanto questo non è il frutto di una (pretesa) maggiore propensione all'illegalità dei nostri concittadini, ma del fatto che una fiscalità così alta è insostenibile. Chi conosce il Mezzogiorno sa bene che entro quell'economia un prelievo come quello attuale, pensato per il Centro-Nord, non è semplicemente sostenibile. La maggior parte della produzione meridionale sparirebbe se fosse costretta a venire alla luce del sole. Bisogna, allora, abbassare le imposte a tutti e ridare fiato a chi lavora.
Questo appare tanto più necessario nel momento in cui si comprende che una lotta all'evasione non accompagnata da una riduzione delle aliquote produrrà un aumento della tassazione. Come ha mostrato un'indagine degli artigiani di Mestre, quando dai dati ufficiali scorporiamo l'economia in nero il nostro diventa il Paese con la più alta pressione fiscale al mondo, dato che per chi rispetta le norme il prelievo è del 52%. Fino ad ora l'Italia ha retto perché ben pochi sono tanto ligi, ma se il nuovo rigore dovesse imporsi il sistema produttivo crollerebbe. In altre parole, se il giro di vite contro gli evasori e se le indagini sugli yacht dovessero avere successo senza che si proceda a una correlativa cancellazione di taluni tributi, ci troveremmo ad essere il peggiore degli inferni fiscali.
Non si pensi che questo gioverebbe a quanti adesso pagano tutto, magari perché le imposte sono trattenute in busta paga. Anche questi ultimi, infatti, potrebbero essere presto nelle condizioni di chi non ha più un lavoro.
Chi specula sull'odio di classe va buttando benzina sul fuoco, ma l'incendio che ne può derivare rischia di danneggiare tutti. E, come sempre, a pagare il prezzo più alto saranno i più deboli.