L’ok al piano Paulson: assalto alla diligenza come per una finanziaria

da Milano

Adesso che il maxi-piano di salvataggio è stato approvato, si può dire, prendendo a prestito il vecchio motto di Enrico Cuccia, che negli Stati Uniti i voti si pesano e poi si contano. Lo smilzo impianto messo in piedi dal segretario Usa al Tesoro, Hank Paulson, si è trasformato in pochi giorni in un labirinto joyciano di 400 pagine. La palla di neve degli emendamenti si è infatti trasformata in valanga. E il provvedimento si è dilatato a dismisura, muovendosi a braccetto con la voragine del deficit federale. Del resto, servivano consensi per evitare una catastrofica seconda bocciatura dopo quella incassata dal Congresso lunedì scorso: li hanno trovati, quei voti, in cambio di aiuti locali pittoreschi e quasi comici, se la situazione economica non fosse così drammatica.
Il do ut des dei peones a stelle e strisce fa perfino impallidire i mercanteggiamenti in uso quando in Italia si gioca la partita della Finanziaria. Eppure, non ci è stata copiata una pratica consolidata e vincente: l’assalto alla diligenza fa parte del dna Usa. Sanno insomma far da soli. Così, oltre agli asset tossici, è giusto non trascurare le scorie lasciate sui pescatori dell’Alaska dal disastro della petroliera Exxon Valdez. Dando prova che l’America non dimentica: dall’eco-dramma sono passati quasi 20 anni, ma le agevolazioni fiscali restano. Costo, quasi 50 milioni di dollari, una goccia rispetto ai 700 miliardi (850 compresi gli sgravi) dell’intero pacchetto. E che dire degli appena due milioni necessari a rendere più leggeri i bilanci della Rose City Archery, la prima fabbrica mondiale di legno per freccette, lo sport a più alta gradazione alcolica? E giusto per non abbassare il livello alcolemico, ecco lo sconto fiscale sul rhum proveniente dalle Isole Vergini e da Porto Rico (192 milioni). Ce n’è comunque per tutti i gusti: dalle agevolazioni (148 milioni) riservate ai produttori di lana cotta a quelle destinate alle aziende che assumono lavoratori provenienti dalle riserve indiane, fino al bonus pro piste auto e motociclistiche. Tutti favori che il deputato dell’Oregon, dell’Illinois o dell’Ohio potrà far valere davanti agli elettori quando sarà il momento di votare. Nessuno dimentica.
Peccato che il piano, così prodigo verso le banche combina-disastri di Wall Street e altrettanto attento ai bisogni delle piccole comunità, sia così distratto nei confronti del tessuto industriale. Qui occorre essere più seri, e cominciare da alcune cifre: dei 159mila posti di lavoro tagliati in settembre dalla Corporate America, 51mila fanno parte del settore manifatturiero. Non solo: da ben 27 mesi consecutivi il saldo tra assunzioni e licenziamenti è negativo. Il fenomeno è dunque strutturale, non è stato certo innescato dalla crisi dei mutui subprime e rischia oltretutto di incancrenirsi con lo scivolamento del Paese in quella che potrebbe essere una delle peggiori recessioni degli ultimi decenni. Anche perché il rafforzamento del dollaro e il contestuale indebolimento economico a livello mondiale rendono più precaria la posizione delle aziende più vocate all’esportazione. E la caduta dei consumi privati interni, alimentata da una crescente sfiducia nei confronti del futuro, potrebbe impattare con forza sui bilanci. Eppure, le sole contromisure predisposte dall’amministrazione Bush rimandano ai 25 miliardi di dollari messi a disposizione delle major automobilistiche, le cui vendite sono in picchiata del 30%.
Per la verità, c’è un settore industriale non trascurato dal bail out approvato venerdì: è quello petrolifero. Le compagnie oil e del gas ne escono malconce: non hanno ricevuto nulla, e in compenso dovranno dare. Il pacchetto ha infatti bloccato gli sconti fiscali di cui beneficiavano per complessivi 5 miliardi e ha introdotto una tassa da 4 miliardi sulle operazioni off-shore che servirà a finanziare gli sgravi per sviluppare le energie rinnovabili. Basta così? No: la quota che i petrolieri dovranno versare all’Oil Spill Liability Trust Fund (è il fondo di responsabilità per le fuoriuscite di idrocarburi) salirà dal 5% al barile all’8% dal 2009, per arrivare al 9% nel 2017. Un giro di vite che colpisce gli amici texani di Bush. Gli stessi che, votando compatti lunedì scorso contro il piano, avevano contribuito ad affossarlo. L’America non dimentica.