L’Olimpiade, il gol salvezza ai mondiali e il provino negli Usa: il difensore dei Vipers racconta un 2006 da sogno. «Potrei lasciare Milano solo dopo il Tricolore» Strazzabosco è tornato: «Scudetto? Vinciamo noi»

Il campione veneto dopo l’esperienza Usa: «Restiamo i favoriti, Bolzano il vero rivale»

Il 2006 è stato l'anno degli italiani in America. Gabriele Muccino ha sbancato il box office con il film «La ricerca della felicità», Andrea Bargnani ha convinto Toronto a farne la prima scelta Nba. Anche Michele Strazzabosco, 31 anni a febbraio, difensore dei Vipers, sognava i suoi glory days: di hockey non si parla certo quanto di cinema o di basket ma il ragazzo di Asiago, in settembre, ha partecipato al camp di selezione dei Buffalo Sabres, squadra della National Hockey League, disputando, primo italiano a riuscirci, un'amichevole ufficiale, contro Columbus. E se è vero che non ha poi strappato un contratto, quel biglietto per gli Usa è un souvenir da incorniciare.
In serie A i Vipers si giocano la pole position con il Bolzano e nel weekend, proprio in casa dell'eterna rivale, disputano la final four di Coppa Italia: girone di sola andata, venerdì debutto con il Brunico, sabato il Valpellice (squadra di A2), domenica alle 18.30 probabile sfida chiave con il Bolzano. Ma un anno fa Strazzabosco preparava i Giochi Olimpici di Torino, primo appuntamento di un 2006 in cui ha festeggiato lo scudetto con i Vipers, ha segnato il gol-salvezza per l'Italia ai Mondiali - il 3-3 con la Slovenia che ci ha confermato nel torneo principale -, ha sfiorato i califfi della Nhl. Nessuno più di lui può parlare fra passato e futuro.
«A ottobre, dopo l'esperienza negli Usa, ero in cattive condizioni di forma, anche perché ho un fisico (193 cm per 98 kg, ndr) che ha bisogno di tempo per carburare. Ora mi sento bene. Siamo una buona squadra, un po' corta come organico: speriamo che gli infortuni non ci penalizzino. Il nostro vero rivale è il Bolzano, anche in Coppa Italia, pur con l'incognita delle tre partite in tre giorni. In campionato mi aspetto sorprese dall'Alleghe. Ma restiamo i favoriti».
Peccato che parlare di hockey sia sempre come gridare dalle cantine: dodici mesi dopo, i Giochi in Italia non si sono dimostrati lo spot promozionale che si sperava. Torino, sede olimpica, non va oltre una squadra di A2. «Eppure temevo peggio», spiega Strazzabosco, «pensavo che, finita l'attesa per le Olimpiadi, ci sarebbe stato un calo di livello tecnico più marcato in A. Certo, città come Torino i mezzi li avrebbero, eppure...».
Meglio ancorarsi alla realtà. E ai buoni ricordi. Per il terzino dei Vipers, ad esempio, il viaggio negli Usa. «Tutto è nato ai Mondiali: Muzzatti, il portiere azzurro, per ringraziarmi del gol del pari con gli sloveni mi ha promesso un contatto per un provino: è arrivata l'occasione con Buffalo. All'inizio ero l'oggetto misterioso, poi sono rimasto più a lungo del previsto in un mondo in cui le squadre volano su jet privati ma i campioni sono più alla mano dei nostri calciatori. Puntavo a un contratto come riserva, fisicamente reggevo, come tecnica dovevo lavorare. Ma ho 5 anni di troppo. Lo stesso motivo per cui non sono rimasto poi a Rochester, nella seconda squadra dei Sabres: sarei sceso in pista solo per sostituire qualche giovane infortunato. Non ho rimpianti».
E allora ritorno in Italia e caccia allo scudetto. «Finora ne ho vinti due, molto diversi: ad Asiago, nel 2001 (contro il Milano, ndr), abbiamo fatto impazzire per una settimana un paese dove ci sono solo hockey e sci. Con i Vipers, l'anno passato, è stato meno sofferto, abbiamo battuto un Renon appagato. Ma a Milano sto benissimo, apprezzo un anonimato impensabile a casa, giro la città da turista, vado al basket». Quindi Vipers anche nel futuro? «Se ci confermiamo campioni, potrei pensare a una nuova squadra. Tornare ad Asiago? Prima o poi». Persino vincere stanca.