L’Olimpico s’infamma col «lambrusco-rock»

Michela Giachetta

Nome e cognome non c’è bisogno di chiederli a chi riempie l’Olimpico riuscendo a fare il tutto esaurito già in prevendita. A Roma c’è Ligabue e lo stadio vibra come fosse una cosa sola. Dopo Milano, Ancona e Udine il «Nome e Cognome tour» è arrivato ieri nella Capitale, con una lenta marcia di avvicinamento, iniziata a Campovolo (Re), lo scorso settembre. In quell’occasione il rocker emiliano utilizzò quattro palchi. Nel tour attuale, invece, Ligabue torna al palco singolo, alla «scatola» chiusa del rock, confezionato in 80 metri di lunghezza e ai 16 di altezza e contornato da un set suggestivo di luci: una struttura che solo a guardarla fa sognare il pubblico, che probabilmente non aspettava altro. Il colpo d’occhio sul mare fitto di teste in platea e sulle tribune stracolme lo conferma. E Ligabue dà ai romani quello che loro si aspettano: si parte con Il giorno dei giorni e si prosegue con Tutti vogliono viaggiare in prima, passando per le canzoni dell’ultimo cd, L’amore conta e Happy hour. Lo stadio canta, un coro univoco, balla al momento del rock più puro e accende cuoricini durante le canzoni più romantiche. È una di quelle notti, in cui chi è presente sugli spalti «si sente padrone di un posto che tanto di giorno non c’è», per dirla col protagonista. Una serata speciale come lo è qualsiasi evento che raduna 70mila spettatori.
Quando dalle corde delle chitarre si intuisce appena la canzone tutto l’Olimpico intona Certe notti. Ligabue rimane solo sul palco, con voce e chitarra in mano esclusivamente per l’inno pacifista Il mio nome è mai più: alle sue spalle i maxi schermi allestiti proiettano le cifre aggiornate sulle guerre che ancora dilaniano il pianeta. Per il resto del tempo è accompagnato dai suoi musicisti, quelli di ieri e quelli di oggi, che appaiono e scompaiono grazie a una pedana che ricorda tanto quella utilizzata per il concerto del Primo maggio, in piazza San Giovanni. Ecco allora i ClanDestino, la band degli esordi, con cui Ligabue ritrova quella ruspante genuinità degli inizi, quella del Lambrusco, coltelli, rose e popcorn. Ma c'è anche La Banda, il gruppo che lo accompagna da anni in concerto e nei dischi: con loro suona Le donne lo sanno, Balliamo sul mondo, Tra palco e realtà. Per i momenti più intimi si affida alle note del violinista Mauro Pagani. Tre accompagnatori d’eccezione. Abbastanza, per lanciarsi in brani spesso trascurati e difficilmente suonati dal vivo, come Anime in plexigass, Regalami il tuo sogno e Viva.
Non mancano nemmeno Sarà un bel souvenir, Piccola stella senza cielo, con l’arpeggio in stile U2, Questa è la mia vita. La conclusione è corale: sul palco ci sono Ligabue, le due band e Pagani. Ed è a suon di rock: si presentano tutti in giacche scintillanti di lustrini, omaggio a Elvis Presley, e intonano Urlando contro il cielo e Leggero. Le 23 sono ormai passate da un pezzo, quando il sipario cala. Ma qualcuno sugli spalti canta ancora.