L’Olimpo di Piersanti tra amore, mito e realtà

L’ultimo romanzo di Umberto Piersanti, Olimpo (Avagliano, pagg. 140, euro 12) si nutre di alimenti quasi ignoti alla narrativa italiana d’oggi. Prima di tutto, è una storia d’amore di un uomo maturo per una ragazza. Poi la storia è inserita in un territorio e un paesaggio poco frequentato, il Montefeltro. Infine, vi si parla di mito e miti (l’ascesa al monte Olimpo dei giovani Laodoco e Anticlo, cui non pesa un’eco prima omerica, poi naturalmente dantesca e miltoniana). E, siccome Piersanti è di mestiere sociologo della letteratura, c’è un’attenzione spietata e gradevole per la lingua.
La ragazza, un’Elisa no-global e quindi non così charmant, ha un lessico spoglio, ogni tanto le scappa la parolaccia, è ignorante come una bestia. Luca, il professore ultracinquantenne, è un conservatore di eloquio un po’ rétro: apprezza il medico Gino Strada, ma inveisce per certi suoi silenzi complici durante il suo lavoro in Afghanistan. I due non sembrerebbero potersi incontrare per nessuna ragione al mondo se non ci fossero i sensi. Perché anche questo è Olimpo: un romanzo in cui gli incontri fra corpi vantano un garbo e una precisione con pochi uguali in Italia (Conte, Avoledo, Pallavicini, Carra).
Quando Luca prende Elisa, si domanda se questo non sia amore. Elisa si fa meno problemi, si lascia prendere e prende Luca. Luca non sopporta i rumori di cui Elisa si circonda, e in particolare una radio che ha sempre appresso. Così, una sera in cui è più sentimentale delle altre, prova a farle capire com’era per lui, da piccolo, ascoltare le favole degli adulti. Se ne inventa una, quella che occupa quasi per intero la seconda parte del libro: è il mito dei due eroi greci che vogliono ascendere al monte degli dèi. Per raccontare un mito nel 2007 Luca sceglie una lingua ancor più netta di quella fin lì usata. Il mito, per quanto complesso, si serve di figure riconoscibili e di stupore. Qui ne sono testimoni, fra gli altri, la bellissima schiava armena Rosanne e Anticlo, che cerca sull’Olimpo la conoscenza, al modo che Laodoco vuole la gloria.
Questo romanzo ha un pregio in più: non contiene morale. La favola di Piersanti non ha la pretesa d’insegnare niente. L’autore conosce i presocratici, li cita qui e là con discrezione e ricorderà perciò quel frammento di Eraclito: «e su tutto governa la fòlgore». È un esergo possibile a Olimpo, oltre che una non indispensabile valutazione di merito.