L’ombra di un burattinaio sui giudici spiati

Dopo la pubblicazione di verbali segretati e delle intercettazioni disposte dai magistrati romani, il pg Galgano lancia un’accusa: chi ha interesse a sollevare un polverone sulla procura partenopea?

Lino Jannuzzi

Dice il procuratore generale di Napoli Vincenzo Galgano: «Leggendo le anticipazioni sui giornali mi interrogo sulla crisi della giustizia e anche dell'informazione. E mi domando a chi giova rappresentare questa sorta di “calderone Napoli” con presunti connotati di dissesto e inquinamento che toccherebbe l'intera funzione giurisdizionale?». E aggiunge: «Non è che creda all'esistenza di un grande burattinaio, a questo non arrivo. Eppure mi domando: a chi giova questa strategia? A qualcuno dovrà pure giovare. Non credo di sbagliare quando penso che dietro questo gran parlare di Napoli ci sia un'orchestrazione». E a chi gli chiede se critica i magistrati di Roma che stanno indagando sui presunti casi di corruzione nel Palazzo di Giustizia di Napoli risponde: «Tento di ragionare attenendomi ai fatti. Credo che ci siano finalità concorrenti rispetto a quelle giudiziarie».
Che vuole dire il presidente Galgano? Quali sarebbero queste «finalità concorrenti»? Chi è il direttore d'orchestra? E perché parla anche di una «crisi dell'informazione»? Si riferisce evidentemente alla pubblicazione da parte dell'Espresso dei verbali degli interrogatori dei «pentiti» che accusano i magistrati napoletani di aver preso denaro per scarcerare i camorristi e delle intercettazioni telefoniche e ambientali messe in atto dalla Procura di Roma.
E su questo punto ha ragione due volte. Perché non solo è stato violato il segreto istruttorio facendo pubblicare e pubblicando i verbali dei «pentiti», ma sono stati anche passati al giornale e pubblicati i testi di conversazioni telefoniche e ambientali che non hanno niente a che vedere con l'inchiesta provocata dalle dichiarazioni dei pentiti: «Che senso ha - si chiede il pg Galgano - mettere insieme ipotesi di reato e fattispecie giuridiche precise con episodi che si vorrebbero tacciare di malcostume e che invece non rappresentano alcun abuso e non meritano neanche di entrare in un fascicolo? Mi sembra incomprensibile. Devo forse rammentare che tutto il materiale di intercettazioni non attinente alla fattispecie oggetto dell'inchiesta deve essere eliminato o tenuto rigorosamente segreto perché non ha alcuna rilevanza? Altrimenti si presta a vessazioni?».
E meno male che non sono state passate ai giornali e non sono stati pubblicati (almeno finora) i verbali delle discussioni fatte dai magistrati napoletani in Camera di Consiglio prima di emettere le sentenze. Perché è successo anche questo (e ne diede per primo notizia il Giornale: nella stanza del presidente e coordinatore del tribunale del Riesame Giampaolo Cariello, il magistrato finito sotto inchiesta per le accuse dei pentiti, sono stati scoperti dagli agenti della polizia scientifica sei cimici perfettamente funzionanti e collegate con due centraline.
E in quella stanza Cariello e i giudici del Riesame discutevano e prendevano le decisioni riguardanti tutti gli imputati sottoposti al loro vaglio, discussioni e decisioni che sono inviolabili. Dopo l'inevitabile sconcerto provocato dalla scoperta e i primi e imbarazzati dinieghi (non sappiamo, non siamo stati noi, la Procura di Roma ha finito per ammettere le sue responsabilità: «Le intercettazioni ambientali furono disposte su richiesta di questa Procura che procedeva per il reato di corruzione in atti giudiziari». E aggiungendo che «dette intercettazioni sono cessate in data 23 luglio 2004». Un anno fa, e perchè le cimici non sono mai state rimosse e sono rimaste nella stanza-Camera di Consiglio di Cariello per un altro anno intero? Impagabile spiegazione: «Le microspie sono rimaste inerti in loco, come quasi sempre accade, a causa di ovvie difficoltà operative di rimozione».
Avete capito? Le cimici che ci spiano da un capo all'altro del Paese sono facili da installare, ma difficili da rimuovere: perciò le mettono, ma non le tolgono più. «Come quasi sempre accade»: dunque ci sono cimici rimaste in giro dappertutto. Passi lo spreco per l'erario, ma chi garantisce che le cimici restano «inerti» anche dopo che il magistrato ordina la cessazione degli ascolti?
E comunque, per quanto riguarda il caso delle cimici nella Camera di Consiglio di Napoli, che cosa hanno registrato per tutto il periodo in cui non erano «inerti» (almeno due anni: le accuse del pentito a Cariello e la conseguente inchiesta rimonta al 2002)? Non hanno necessariamente violato l'inviolabile? Lo sapremo (se lo sapremo) quando terminerà l'inchiesta della la procura di Perugia. Lo sapremo prima (ed è più probabile) se qualcuno passerà le registrazioni a qualche giornale, che le pubblicherà. Non è già successo a Palermo dove, per processare Corrado Carnevale, i magistrati pretesero e ottennero di sapere dai suoi colleghi testimoni che cosa e come si discuteva e chi e come votava nelle Camere di Consiglio della prima sezione penale della Cassazione? Alla faccia dell'inviolabilità.
E il richiamo al caso Carnevale per quanto riguarda i fatti di Napoli è più pertinente di quanto possa apparire a prima vista. Per rispondere ai quesiti bisogna vedere chi sono le vittime designate, a cominciare dal primo, il presidente Cariello che non a caso è chiamato «il Corrado Carnevale napoletano». Integerrimo e stimato da tutti, preparato e scrupoloso, è innanzitutto un «garantista», uno di quelli che non crede ai pentiti se non ci sono le prove, e che più volte nelle sue sentenze ha definito «inattendibile» Luigi Giuliano, il «Re di Forcella», proprio il pentito che lo accusa. Uno di quelli che non vanno supinamente a rimorchio della Procura, e che a Napoli non sono molti. Lo stesso si può dire del gip Fabio Viparelli, anche lui accusato dai pentiti di aver preso denaro per scarcerare un camorrista.
Di orientamento politico quasi opposto, Viparelli è una specie di extraparlamentare di sinistra, ma anche lui non ha mai condannato qualcuno senza prove convincenti. Anche chi non l'ha in eccessiva simpatia dice di lui: «Troppo facile millantare la benevolenza del giudice Viparelli. È vero, quando era all'ufficio gip scarcerava tutti. Ma mai per leggerezza, lo ha sempre fatto per coerenza con la sua interpretazione della norma».
E quale sia il clima in Procura, lo spiega un altro giudice, Enzo Albano, il magistrato che presiede l'undicesima sezione del Tribunale: «Ai tempi dell'ubriacatura per i pentiti che provocarono il caso Tortora, cercai di affermare un principio, quello in base al quale alle dichiarazioni dei pentiti devono far seguito i riscontri oggettivi. E mi capitò di esaminare le prime dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che con le sue affermazioni determinò una serie di indagini eccellenti. Quel pentito era Pasquale Galasso (l'accusatore di Antonio Gava). Ebbene, un collega che lavorava nell'ufficio del giudice per le indagini preliminari, irritato per i provvedimenti di scarcerazione che la mia sezione prendeva, una volta disse: «Prima o poi un pentito che fa il nome di Enzo Alfano si trova...».
Per Enzo Alfano quel pentito non è stato ancora trovato. Per Cariello e per Viparelli sì. E anche per Salvatore Sbrizzi, che è stato per otto anni alla direzione distrettuale antimafia e ora è consulente delle commissioni parlamentari, e che è accusato dal pentito di turno di essersi fatto corrompere dalla «matrona» (la mamma della camorra) Maria Licciardi. E Sbrizzi denuncia: «Bisogna vedere chi c'è dietro il pentito Luigi Giuliano. Perché il grande accusatore avrà senz'altro un ispiratore».
Sarà una coincidenza, ma i (pochi) magistrati napoletani che non sono disposti a dire sempre di sì alla Procura e ai suoi pentiti di allevamento, prima o poi finiscono nella bocca dei pentiti, e degli stessi pentiti a cui non hanno voluto credere. E, come Carnevale a suo tempo, finiscono accusati, indagati e processati: processati in pubblico dai giornali e dalla televisione, prima che in aula, con le carte che riportano le accuse senza prove dei pentiti, e che dovrebbero restare custodite, coperte dal segreto istruttorio, e che qualcuno (e chi?) passa ai giornalisti più compiacenti.
«Ho il timore che possa ripetersi un caso Tortora - dice Domenico Ciruzzi, presidente della Camera penale di Napoli - avverto un clima strano e pericoloso. C'è il rischio di un ritorno al passato, penso al caso di Enzo Tortora e a certe sue tragiche degenerazioni nell'uso dei pentiti».
E per tornare al passato, ai processi a base di pentiti e a fini di giustizialismo politico, questo bisogna fare: sbarazzarsi dei magistrati garantisti che non stanno al gioco. Questa è l'orchestrazione, questa è la regia occulta, queste sono le finalità concorrenti.
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