«Come l’ombra» d’estate nella Milano angosciosa e vuota

Lina Wertmuller s’è ora associata all’insulto che tre settimane fa Marco Bellocchio lanciava contro Quentin Tarantino, avendo il regista di Pulp Fiction definito ormai senza interesse il cinema italiano, coi suoi piccoli film su crisi familiari e sentimentali. Ma il giudizio di Tarantino è più che fondato e, caso mai, il regista americano non ha citato l'altro genere tipico italiano: il «cinema da festival». Vi appartiene «Come l’ombra» di Marina Spada, storia di un’impiegata (Anita Kravos) di un'agenzia di viaggio milanese, attratta da un insegnante di lingua russa (Paolo Pierobon), viene da lui incaricata di ospitare una ragazza ucraina (Karolina Dafne Porcari). Ma la ragazza scompare dopo qualche giorno...
Girato nell’estate 2005, «Come l’ombra» - il titolo accenna a un verso della poetessa russa Anna Achmatova - trova da venerdì prossimo, estate 2007, la distribuzione in sala. Nel film nessun attore noto, ma molta Milano: panoramiche dalla sommità dello Star Hotel, che spaziano fra Niguarda e l’Arena; viadotti periferici in quantità; piazza duca d'Aosta, luogo di raduno e partenza degli immigrati dall’Est europeo; fermate di tram e metropolitana, uno stabile di via Pezzotta; si vede perfino l’ospedale san Gerardo di Monza... Ignorato il centro, caro al cinema commerciale, proprio per dare un'immagine urbana angosciosa: col caldo le vie sono per lo più deserte.
Lo spettacolo è dunque modesto, se si intende «Come l’ombra» come un film; Marina Spada ignora la saggezza di Raoul Walsh («Un film è una storia, è una storia, è una storia»). Anziché puntare su un buon soggetto, sostenuto da dialoghi brillanti, punta su immagini fredde, su silenzi scalfiti da rumori di fondo; ha in mente dunque non l’ascendenza teatrale del cinema sonoro, ma quella fotografica (Antonioni-Wenders-Wong Kar-wai). Di suo mette il logoro disagio di un’italiana sola e quello, più logoro, d’immigrati che si sfruttano a vicenda.
Nello straniamento e sradicamento collettivo di Come l'ombra, di Milano restano pietre e asfalto: nessuna vita comunitaria, nessun bambino che gioca, nessun negozio, se non sia di un cinese, nessun bar, se non un «non-luogo» dove si va per sentirsi più soli. Ecco: la Spada ha voluto sovrapporre alienazione di singoli ad alienazione collettiva. Ma, priva dell’umorismo amaro di Aki Kaurismaki, manca d’ogni elemento di contrasto. Uniforme per un’ora e mezzo, Come l’ombra risulta tanto senza interesse quanto la situazione è senza speranza.