L’ombra dell’Aids sul kolossal teatrale

Prima di essere il lavoro più celebre di Tony Kushner, Angels in America è una sfida ai cliché e alle ovvietà che troppo spesso sviliscono la produzione scenica contemporanea. Non solo per i temi trattati (primo fra tutti l’Aids), ma anche e soprattutto per lo stile che innerva questa la scrittura: stratificata, melodrammatica, pullulante di rimandi e citazioni, continuamente in bilico tra realismo e scarto visionario. Tale da finire col comporre un affresco epocale (siamo a New York nel ’85) dove c’è spazio per la denuncia, la polemica, il sogno, lo scenario apocalittico, le emozioni più semplici, la politica. Di questo straordinario testo (pubblicato da Ubulibri e divenuto film televisivo nel 2003 con Meryl Streep, Al Pacino e Emma Thompson), Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani propongono ora a India una felice messinscena che, già accolta da grande successo, si mostra assai permeabile alla magmatica materia di partenza. Si tratta solo della prima parte (Si avvicina il millennio il titolo) del lavoro che i registi completeranno nei prossimi mesi con Perestroika. Tre ore e mezzo di teatro raffinato, serio, importante (bravi tutti gli interpreti tra cui lo stesso De Capitani), nel corso delle quali intarsi video, rapidi cambi di scena, musica, trovate surreali innestano la loro presenza su vicende umane sconsolate e sconsolanti. Vicende di omosessualità e potere, di malattia e abbandono, di infelicità e crisi religiose, di avidità e sentimenti alla deriva. Eccola la vera pustola della recente epopea americana: l’Aids stesso diventa qui urlo di dolore, ma anche «annuncio» di quell’irrefrenabile catastrofe in atto che toglie senso alla vita sancendo la morte dei padri, dei valori, degli ideali. D’altronde, già nel precedente Un posto luminoso chiamato giorno, Kushner identificava Reagan con Hitler: quasi fossero entrambi ombre minacciose appollaiate dentro le zone più cupe della Storia umana.