L’ombra delle cosche sulle discoteche tra arresti di vip e indagini «abortite»

A volte, per i capricci della cronaca, le storie si incrociano. Così i sette colpi calibro 9 parabellum che alle cinque dell’altro ieri chiudono la vita terrena di Massimo Blancato davanti al De Sade di via Valtellina accendono all’improvviso i riflettori sul polveroso mondo delle discoteche milanesi. E l’inchiesta sull’uccisione del povero balordo attraversa la pista di un’altra indagine che da mesi, in silenzio, analizza i flussi di quattrini che stanno alle spalle di questi locali. Le due indagini scavano sulle stesse vie, sugli stessi locali, ma non sulle stesse persone. Perché vittima e assassino del delitto di domenica mattina, Massimo Blancato e Antonino Viola, di questo valzer di affari sporchi e puliti erano solo spettatori o al più comprimari, pesci minimi. Gli uomini del giro grosso non li avrebbero neanche presi in considerazione, due manovali della malavita come Viola e Blancato.
Ma quant’è grosso il giro, e chi ne tira le fila? Quanto pesante - per dirla più chiaramente - è il ruolo della malavita nel business della notte milanese? «Ci sono parti d’Italia - dice un investigatore che si è occupato a lungo di queste faccende - dove la criminalità organizzata gestisce direttamente le discoteche: a Roma, per esempio. A Milano questo non accade». «A Milano - dice un altro investigatore - dietro le discoteche, almeno le più grosse, ci sono società importanti, imprenditori, gente che ha una faccia pubblica. Metterci le mani sopra per le cosche non è affatto facile». La spiegazione è tranquillizzante, ma non del tutto. È un dato di fatto che da sempre, in questa città, nel mondo notturno i confini tra impresa e crimine si annebbiano, si sfumano. Le differenze etniche, culturali, etiche diventano meno importanti quando scende il buio sui privé.
È stato così da sempre, fin dai tempi di Angelo Epaminonda «il Tebano», che nel rutilante mondo dei night investiva tempo e risorse: al punto che uno dei re delle discoteche milanesi, Lello Liguori, venne accusato - venendo poi sempre assolto - di essere il prestanome del feroce «Tebano». A metà degli anni Novanta fu un altro grande inventore di discoteche, Danilo Arlenghi, il creatore del «Vogue», a finire in cella con l’accusa di avere aperto a Cosa nostra le porte dei suoi locali. Nel 1996 si arrivò a un passo dal grande colpo: Giuseppe Sansalone, commercialista milanese, venne arrestato con l’accusa di avere messo nelle mani della criminalità organizzata buona parte della vita notturna cittadina. Vennero perquisiti l’Hollywood, il Top Town e una sfilza di altri locali storici. Però l’indagine per riciclaggio si sfilacciò in un mare di perizie contabili, lasciando in vita solo una montagna di incriminazioni per reati tributari.
È come se il bandolo di questa matassa si intravedesse, a volte, senza mai venire afferrato. Eppure i presupposti ci sono tutti. Le discoteche muovono contanti. Le discoteche fanno lavorare i buttafuori. Le discoteche sono uno dei principali luoghi di smercio della cocaina e delle altre «nuove droghe» che - dati forniti ieri dal Questore - dominano il mercato degli stupefacenti. Ce n’è a sufficienza, insomma, perché le mani del crimine organizzato si allunghino su questo business.
Invece, almeno finora, non è accaduto. Se è accaduto, non si è scoperto. Si procede per sprazzi, flash che si accendono all'improvviso. L’inchiesta su due ragazzi ammazzati in largo La Foppa racconta che il mercato della «security», quelli che una volta si chiamavano buttafuori, è infestato da criminali e spacciatori. L’inchiesta su Vallettopoli dimostra che a rifornire di cocaina i clienti vip o meno vip dell’Hollywood e del Club non erano sconosciuti di passaggio ma direttamente i pr dei locali: al punto che la Procura meditò a lungo se incriminare i gestori della discoteca. Poi, però, non se ne fece niente.
«Non abbiamo mai voluto criminalizzare le discoteche», racconta uno degli investigatori. Quando era questore, Paolo Scarpis creò un corso per educare alla legalità i signori delle notti milanesi. Più che la strada dei blitz si è seguita la strada della prevenzione. Ha funzionato, questa strategia? Ha tenuto davvero lontani gli appetiti del crimine organizzato dal mondo dei locali? Una risposta precisa, per adesso, non c’è.