L’ombra del Prodi europeo dietro il flop di D’Alema

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Washington

«Un successone» ha garantito lo staff di D’Alema dopo ben 10 ore trascorse sul suolo americano. Ma se appena il giorno appresso la Farnesina deve far ricorso ad una nota informale per garantire che il nostro ministro degli Esteri ha conquistato i suoi interlocutori grazie alla sua «franchezza», vuol dire che poi le cose non sono andate granché come si sperava e come poi si è spacciato.
Intanto perché già il termine «franco» usato in diplomazia per i colloqui, sta a significare che c’è contrasto e che non lo si è seppellito sotto la polvere. Ancora perché, pur essendo stranoto a tutti che il contendere tra l’amministrazione di Washington ed il governo dell’Ulivo era e resta sul ritiro delle forze armate che dovrebbero proteggere a questo punto l’avvio della ricostruzione, tanto D’Alema che (soprattutto) la Rice non hanno detto una sola parola sull’Irak. E infine perché giusto ieri George Bush è intervenuto pubblicamente sostenendo che a questo punto si tratta di passare all’avvio dei lavori che garantiscano ulteriore credibilità al governo di Bagdad eletto democraticamente. Lasciando intravedere più di un pizzico di insoddisfazione per le evasive risposte europee ad un coinvolgimento.
Insomma, comunque la si voglia rivoltare, la frittata è fatta. Nella capitale statunitense l’Italia si è giocata una buona fetta della vantata partnership con gli americani. Non tanto D’Alema in sé, visto che in molti altri frangenti l'ex-premier della guerra ai serbi per il Kosovo ha avuto modo di garantire il suo atlantismo, quanto per il governo a guida Prodi.
Al dipartimento di Stato del resto non hanno scordato la contrarietà dell'allora premier della Ue all'intervento contro Saddam Hussein e il suo schierarsi al fianco di Francia e Germania che con l'allora dittatore avevano concluso lucrosi contratti. Parve all'inizio, quell'atteggiamento di Prodi, dovuto un po' alla necessità di sottolineare la caratura pacifista dell'Unione. Ma col tempo a Foggy Bottom ci si è convinti che non era così: che Prodi, visto che nel frattempo divennero molti i Paesi della Ue coinvolti dagli Usa nel dopo-guerra (oltre all'Italia c'era quasi tutto l'ex Est europeo, il Portogallo, la Danimarca, l'Olanda, la Spagna e naturalmente la Gran Bretagna) agiva in nome e per conto di altri interessi. E il fatto che sia lui, oltre a D'Alema, a fare la politica estera italiana, non è che sia del tutto ignoto nella capitale americana.
Così, se la Farnesina sbandiera come i colloqui americani di D'Alema siano andati oltre il previsto, arrivando a dare i numeri (un’ora e mezzo il faccia a faccia con Hadley, un’ora e quindici con la Rice...), facendo presente come il «gioco a carte scoperte» abbia pagato, creando da subito un alto grado di fiducia nei nostri confronti, dagli ambienti della diplomazia Usa scivolano concetti ben più banali del tipo «atto dovuto».
Del resto, sebbene D’Alema abbia respinto sdegnato al mittente come provocazioni domande sulla possibile inquietudine americana sui partner dell'Ulivo - con esplicito riferimento all'antiamericanismo di rifondaroli, verdi e comunisti - proprio il giorno dei suoi incontri, sul Washington Times si sviluppava una lunga analisi del pesante condizionamento sul governo da parte dei Giordano, dei Diliberto e dei verdi italiani. Dipinti tra l’altro, con tanto di dichiarazioni, come fiancheggiatori di organizzazioni terroristiche, a cominciare da quelle palestinesi.
E del resto, proprio sull’unica reciproca puntura di spillo che si sono concessi D’Alema e la Rice nella conferenza stampa a chiusura del loro incontro - dov’erano impegnati entrambi a recitare il ruolo del «tutto va bene» - e cioè nella valutazione sul carcere di Guantanamo di cui D’Alema ha chiesto la chiusura a breve come va ripetendo il Parlamento Ue e la sua dirimpettaia ha replicato che agli Usa non «piace affatto il ruolo di carceriere del mondo» ma che non può far altro se l’Europa non si muove, si sono avuti gli unici commenti sul blitz americano del ministro degli Esteri. «Ho apprezzato la posizione di D’Alema. Guantanamo è un insulto ai diritti umani» ha detto Giordano, segretario del Prc. «Ha fatto bene. Una vergogna davanti alla quale nessuno può rimanere in silenzio!» gli ha fatto eco la Palermi (Verdi-Pdci). Gli americani hanno preso diligentemente nota.
Alessandro M. Caprettini