L’ombra di una vita tormentata alla pinacoteca di Carlo Levi

Irene Liconte

Un cavalletto con la tavolozza, sgabello e cappello di paglia: i compagni delle fatiche pittoriche di Carlo Levi, che amava dipingere la natura rigogliosa del parco della sua villa ad Alassio, all'aria aperta o dallo studio panoramico dalle grandi vetrate blu che ancora domina la cittadina.
Sono alcuni dei reperti esibiti alla Pinacoteca di Palazzo Morteo ad Alassio, recentemente allestita grazie a 22 dipinti dati in comodato gratuito dalla Fondazione Levi e all'archivio donato da Antonio Ricci, ricco di testimonianze della vita dello scrittore e pittore torinese. La mostra, permanente, è visitabile a ingresso libero dal venerdì alla domenica, dalle 15.15 alle 17.45 dal 15 settembre al 30 maggio e dalle 18 alle 22.30 dal 1 giugno al 14 settembre.
L'esposizione si apre con un disco del '62, su cui furono incise venti poesie d'amore di Pablo Neruda interpretate da Giorgio Albertazzi. È esposto il telaio di legno ideato da Levi nel '73, per poter scrivere nonostante la cecità: lì fu scritto «Quaderno a cancelli». Le bacheche conservano stralci di diari, del carteggio con la figlia di Saba, Linuccia, annotazioni e documenti dei viaggi in Russia e Cina negli anni '50, addirittura volantini elettorali per la candidatura al Senato nelle liste del PSI nel '58 nel collegio di Acireale. Forse luogo d'elezione dell'anima rimase sempre Alassio, «Alassio che è mia madre», che Levi frequentò per tutta la vita.
Abbandonate presto le raffigurazioni del borgo, Levi si concentrò su scorci e vedute naturali. Tre ragazzini armati di arco e frecce e adorni di ghirlande sfidano sfacciatamente l'osservatore da una parete: sono i «Bambini Pellerossa», i nipoti di Levi che scorrazzano per il parco della villa; poco distante guarda sornione i tre «baroni rampanti» Italo Calvino, in uno dei numerosi ritratti in cui Levi lo immortalò. Appare la prima figura femminile: sensualmente distesa sulla battigia, la «Bagnante» sembra essere stata appena deposta dalla schiuma incorporea della risacca, come una nuova Venere; le sagome stilizzate di due grossi pesci in primo piano accentuano la dimensione mitica.
Affascinante ed eterea è «Lelle sulla soglia»: la sorella del pittore è pigramente adagiata sullo stipite della porta della villa in una posa da bambina: la mancanza di questo intensa presenza umana rende desolata la foto dello scorcio dipinto da Levi. Dopo le tristezze di «Papà in amaca», dove l'abbandono all'ozio sfuma nella stanchezza della vecchiaia, e dell'autoritratto del 1940, tempo travolto dalla guerra, «un frenetico destino/rende vana ogni scoperta», si passa alla sezione più misteriosa della mostra, i cinque «ritratti dei carrubi», dove una natura antropomorfa fonde ritratto e paesaggio.
Così «Il carrubo donna» rivela, nelle sinuosità dei rami, curve femminili, un inno alla fertilità; più trasparente è la visione mitica della pittura nel «Carrubo mostro», un nodoso groviglio legnoso da cui emergono due tronchi coperti di foglie e frutti, imponente creatura bicefala. E, grazie alla paziente ricerca degli studiosi e al verismo che Levi ha trasfuso in queste piante, è stato possibile identificare nel parco i «soggetti» dei dipinti, in un suggestivo confronto tra presente e passato, tra tecnica pittorica e fotografica. Il creato è riassunto in «Inferno e Paradiso»: da un coacervo ritorto di radici si eleva faticosamente un tronco nudo proteso a un cielo pallido appena abbozzato, mentre da uno squarcio della corteccia pulsa una macchia sanguigna.
Il tema della vecchiaia e, adombrato, quello della morte da cui prorompe nuova vita, si esprime in «Carrubo morto sul sentiero», di cui sembrano una chiosa alcuni versi scritti anni dopo da Levi: «Così, annoiato di licheni/edere, funghi e formiche/e invisibili tarli, si sfalda/fatto arido e grigio, antico ceppo/ che empiva l'aria di sue verdi fronde. /Ma non verrà su di terra/ un altro ramo?» Il passaggio dall'albero-uomo all'uomo nella natura trova una armoniosa espressione in «Maddalena», dove l'esile figura della giovane domestica sembra piegarsi al vento come le pianticelle che la circondano sullo sfondo della villa. La ragazza posò anche per «La vendemmia», affresco staccato dalle pareti della villa per ragioni conservative e ora esposto nell'atrio del Carlo Felice. I paesaggi esplodono di colori solari in «Sottobosco di Alassio» e in «La pineta», mentre le sfumature delicate del rosa e dell'azzurro, forse a fermare sulla tela albe e tramonti, prevalgono in «Il sentiero» e «Paesaggio con Capo Mele e valletta». E la dimensione fatata del Paradiso Terrestre, luogo magico dell'infanzia, trapela poeticamente ne «Il sentiero per il villino Hanbury»: la luce filtra tra i rami, irradia tutto il bosco, le cortecce degli alberi risplendono ed esplodono di getti argentati; in secondo piano la curva del sentiero si perde irrisolta nel verde del prato: il sentiero scompare perché la meta è raggiunta.