L’ombra di Zapatero sull’Unione

Federico Guiglia

Chi ha paura di José Luis Rodríguez Zapatero? L’ombra del leader progressista più «senza se e senza ma» che s’aggiri per l’Europa, e che governi un Paese d’Europa, s’allunga sulla campagna elettorale del centrosinistra in Italia. L’ombra del grande assente. Di lui escono libri in italiano, interviste e servizi sui giornali italiani, polemiche culturali e intellettuali sul suo «socialismo dei diritti» visto dal punto di vista italiano. Eppure, politicamente parlando la sinistra italiana lo ignora. Perfino quella a lui più radicalmente vicina, che non pronuncia parola per le idee e per le scelte di un primo ministro quarantacinquenne che «fa notizia» più di qualunque altro protagonista del socialismo continentale. Come spiegare l’inspiegabile distrazione? Possibile che proprio nessun partito, nessun movimento, nessuna associazione anche vagamente «di sinistra» abbia pensato di invitare in Italia un emblema così popolare e controverso del progressismo spagnolo-europeo? In piena campagna elettorale il conferenziere Zapatero sarebbe un evento da non perdere per un pubblico di sinistra già definito o, ancor meglio, alla ricerca di un’identità.
Non sono certo le idee né la novità politico-anagrafica di quel primo ministro a frenare la sinistra d’Italia. In realtà ciò che rende così inattuale il più attuale leader socialista d'Europa è il comportamento. Un comportamento che ha il pregio della chiarezza. Zapatero tiene alla linearità dell’azione politica più d’ogni cosa, la considera il valore fondante della sua strategia. Come spiega a Marco Calamai e Aldo Garzia nel libro-intervista Il socialismo dei cittadini, Feltrinelli editore, uscito in Italia e in italiano ancor prima che in Spagna e in spagnolo (a ulteriore conferma del silenzioso imbarazzo della sinistra italiana, che non può non sapere): «Per me la prima regola morale in politica è la coerenza, essere conseguenti con i propri ideali e i propri principi». E ancora: «Non sono in alcun modo radicale, salvo quando si tratta di rispettare i miei principi e di mantenere la parola data. Ma il problema è che il contratto di fiducia sul quale si basa la democrazia consiste esattamente in questo: non tradire la parola data». In questo modo Zapatero giustifica le sue decisioni più discusse, dal matrimonio omosessuale alla ritirata militare da Bagdad, al negoziato che riconosce alla Catalogna il diritto a definirsi nazione e via polemizzando: era tutto scritto nel programma e lui ha semplicemente mantenuto le promesse. Promesse, dunque, da «sì-sì» e «no-no», dove non è possibile rifugiarsi dietro la cortina fumogena della reticenza.
Si paragoni questo rivendicato e così inusuale atteggiamento col programma elaborato dal centrosinistra in Italia. Romano Prodi (e Fassino e Rutelli) assicurano che, se dovessero vincere, manterranno l’impegno a realizzare la Tav in Val di Susa. Ma non l'hanno scritto nero su bianco pur avendo avuto 281 pagine di spazio a disposizione per farlo. E l’ala radicale della coalizione, infatti, ribadisce all’opposto che quella scelta non è stata concordata e non si farà. Si vada poi a pagina 71: un lungo e tortuoso giro di parole per il «riconoscimento giuridico alle persone che fanno parte delle unioni di fatto», precisando poi che «non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale». Il Pacs senza dire che è un Pacs. Anzi, qualcosa di più degli stessi patti civili di solidarietà nati in Francia, come ha chiarito Giuliano Amato, dottor sottile per antonomasia.
Dunque, per la sinistra italiana, radicale e no, Zapatero evoca la cattiva coscienza del «si fa ma non si dice» oppure del «si dice ma non si fa». Per questo di lui tutti parlano, ma nessuno lo vuole.
f.guiglia@tiscali.it