L’omicida protetto dal Brasile di Lula

La vicenda di Cesare Battisti, terrorista rosso e pluriomicida condannato all’ergastolo con sentenze che non lasciano adito a dubbi, supera ormai i limiti della giustizia, del diritto, della decenza. Il Brasile, per dichiarazione del suo ministro della Giustizia, ha negato l’estradizione di questo criminale ammantato di motivazioni politiche, nel nostro Paese concedendogli lo status privilegiato di «rifugiato politico». Ma l’Italia non ci sta, non si presta a questo gioco degli inganni orchestrato da un Paese che non ha nulla da insegnarci in materia di civiltà giuridica, democrazia, rispetto dei diritti.
Con apprezzabile sensibilità, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha scritto una lettera al presidente brasiliano Lula per rappresentare lo sconcerto e il rammarico degli italiani per la decisione di considerare un assassino senza scrupoli come un perseguitato. Ma il turbamento è tanto, tutte le istituzioni sentono il dovere di intervenire per dare voce agli italiani, soprattutto ai familiari delle vittime di Battisti e degli altri terroristi che non intendono passare sul passato tragico degli anni di piombo la spugna di un perdonismo antistorico e diseducativo. Ieri il presidente della Camera Giancarlo Fini ha indirizzato una lettera al suo omologo brasiliano per chiedere che le istituzioni di quel Paese procedano a un riesame della questione. Il Brasile nega l’estradizione sostenendo che questo gentiluomo nel nostro Paese correrebbe «fondati motivi di persecuzione». Ma quale ingiusta persecuzione sarà mai quella di ospitare in una cella un riconosciuto pluriomicida? Fini ha ricordato che Battisti è stato riconosciuto colpevole dalla magistratura, da quella francese e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. E poi, aggiunge, quei «timori di persecuzione» sono assolutamente inaccettabili per l’Italia, Paese profondamente democratico e di grandi tradizioni giuridiche. E il presidente della Camera coglie anche un dato sintomatico: il Brasile ha il discutibile primato di essere l’unico Paese a riconoscere lo status di rifugiato a un italiano.
Bisogna essere chiari. Sul piano politico e diplomatico il Brasile ha commesso un’infamia e un errore. Non ha titoli per ergersi a giudice e difensore della democrazia altrui. I Paesi emergenti – e il Brasile da decenni è emergente senza mai essere realmente emerso – attraversano fasi di onnipotenza spocchiosa, quelli che hanno condannato diversi Stati sudamericani a convulsioni e arretratezze. Riferiscono le agenzie di stampa che il presidente Luiz Inácio Lula da Silva sta preparando la risposta alla lettera del presidente Napolitano. Pare che su suggerimento dei suoi consiglieri voglia insistere nel rivendicare la sovranità del Brasile. Ma nessuno finora ha messo in discussione la sovranità di quello Stato che però non può ignorare la giustizia e i vincoli dei trattati internazionali. Il Brasile è sovrano, ma la sua decisione su Battisti è squisitamente ideologica, rende omaggio a una sinistra assassina e perdente che ha sparso tante sangue anche nell’America latina. I miti della lotta armata sono respinti nei Paesi avanzati, ma vengono accolti – sono i veri rifugiati politici – là dove debbono essere ancora sconfitti abissali squilibri e sacche di sottosviluppo. Certo, la sensibilità diffusa per l’omicidio è diversa in Italia e in Brasile, dove anche i bambini possono essere uccisi in strada o nelle loro misere tane. Comprendiamo le ragioni e le difficoltà della storia, ma nessuno venga a farci le lezioni di democrazia e di libertà.