L’omicidio dello stupro

Violentare una donna obbligando l’uomo che l’accompagna ad assistere allo stupro connota in maniera evidente il significato primario che questo tipo di violenza ha sempre avuto, in tutti i tempi, presso qualsiasi popolo: la vittoria sul nemico. Violentare le donne alla fine di una battaglia segnala, molto di più che la consegna delle armi, una disfatta totale, priva di onore, da parte del vinto e al tempo stesso un’ira, una rabbia, un odio pieno di disprezzo distruttivo da parte del vincitore. Sotto questo aspetto il pene è soltanto un’arma, un’arma reale che non ha nulla a che fare con il desiderio erotico, e che, in quanto supera i confini del corpo dell’altro, lo ferisce, l’annienta tanto quanto con una uccisione. Di fatto sostituisce l’uccisione.
I maschi sanno bene che in guerra questi comportamenti sono sempre avvenuti e continuano ad avvenire. Quello che i governanti, i politici, i leader della nostra società non vogliono ammettere ormai da molti anni è che una guerra endemica ci tormenta, ci incupisce, importata all’interno delle nostre ridenti città sotto l’egida della pace solidale, dell’accoglienza senza confini, della ottusa negazione dei bisogni naturali dell’uomo, dei caratteri che plasmano questi bisogni diversamente da individuo a individuo, da popolo a popolo. E, per favore, non cominciamo subito a parlare di razzismo. Gli italiani sono italiani e non la razza italiana, così come i romeni o i marocchini sono romeni e marocchini e non la razza romena o quella marocchina. Il problema vero consiste nella violenza e nell’odio che si scatena sia verso la propria terra che verso quella in cui arrivano, in coloro che non possono che disprezzarci per quello che siamo e per quello che appariamo ai loro occhi: dei vigliacchi. Ricchi vigliacchi che non difendono la propria patria, che elargiscono con compiaciuta benevolenza cibo, vestiti, scuole per «integrarli», ossia per allontanarli da tutto ciò che hanno amato e che amano. Questo significa forse che i violentatori debbono trovare delle giustificazioni? Certamente no. Ma non è punendone uno o due che risolveremo il gravissimo futuro che incombe su di noi e che i nostri governanti ci hanno voluto preparare a tutti i costi, senza tener conto del minimo buon senso, dell’ansia che sempre di più gli italiani hanno espresso nella speranza di essere ascoltati e di salvarsi. Un popolo è uguale a un individuo: possiede una personalità, un Io nel quale si identifica e si riconosce. Questo è vero per noi così come è vero per tutti gli stranieri che vengono da noi. Il livello di guardia è stato superato perché adesso sono molto numerosi: gli italiani non li sopportano più e gli stranieri si sentono di poter cominciare a imporsi e a vincere.
Non serve proporre castrazioni: queste vengono effettuate su individui portatori di patologie compulsive nell’ambito della sessualità. Gli stranieri violentatori non sono malati e debbono essere puniti in quanto responsabili di quello che hanno fatto. Occorre però configurare il reato di tentato omicidio proprio in base al principio che il pene è un’arma, viene usato come arma, e che il confine del corpo è delimitato all’esterno, non all’interno, come tutti sappiamo benissimo. La cicatrice che una violenza sessuale lascia sulla donna che ne è stata vittima non si cancella più.
A questo punto è indispensabile una riflessione ulteriore, una riflessione che riguarda la gestione della giustizia. Da noi è praticamente inesistente. O si eliminano i patteggiamenti, i benefici, i rinvii ai vari gradi di giudizio per anni e anni, oppure è inutile parlare di giustizia. Anche questa, del resto, una delle cause di disprezzo nei nostri confronti da parte degli stranieri immigrati. Non sulla nostra bontà saremo giudicati e apprezzati, ma sulla nostra giustizia.