L’omosessualità, il matrimonio e la Chiesa

Leggo sul Giornale che «Nichi Vendola, presidente comunista della Puglia, cattolico gay dichiarato che vive con un fidanzato» è stato il primo a ricevere la comunione dal cardinal Ruini. Mio figlio, divorziato e risposato con rito civile, è escluso dai sacramenti, inclusa la comunione. Perché due pesi e due misure?
Titty Renella (Sabaudia)

La Comunione prevede la Confessione nel corso della quale occorre «il fermo proponimento di non più peccare». Se per la Chiesa l'omosessualità è un peccato come mai un omosessuale dichiarato e pertinace come Nichi Vendola ottiene il sacramento della Comunione direttamente dalle mani del cardinal Ruini?
Pier Franco Pompei (e mail)


Maneggio poco la materia, gentile signora Renella, e gentile signor Pompei, ma mi par proprio che il caso di suo figlio possa essere in qualche nodo accomunato a quello di Nichi Vendola. Per la Chiesa il matrimonio è un sacramento, «segno efficace» della grazia di Dio e il divorzio separa ciò che Dio ha unito in un vincolo indissolubile. Ne consegue che contravvenendo alla legge di Dio chi si risposa seguiterà ad appartenere alla Chiesa, ma non potrà accedere alla Comunione eucaristica. In quanto a Vendola credo sia stato proprio il cardinal Ratzinger a elaborare (in qualità di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede) la Lettera Homosexualitatis problema. Vi si legge che la Chiesa «celebra nel sacramento del matrimonio il disegno divino dell'unione amorosa e donatrice di vita dell'uomo e della donna» e di conseguenza che «in concordanza con la legge naturale, la Chiesa insegna che ogni uso della facoltà sessuale al di fuori della relazione coniugale è immorale» (per il Catechismo, «chiunque acconsenta liberamente ad una pratica omosessuale è personalmente colpevole di peccato grave»). Ma «mentre si oppone ai rapporti omosessuali, la Chiesa difende le persone omosessuali da quelle forme di discriminazione che sono ingiuste e cerca di aiutarle a trovare gioia e pace nel vivere la virtù della castità» aiutate in ciò dall'uso «dei mezzi sperimentati, fra cui la frequente recezione dei sacramenti della Penitenza e della Santa Comunione».
L'omosessuale ha dunque non solo il diritto di accedere all'Eucaristia, ma è addirittura sollecitato a farlo. Naturalmente dopo essersi confessato previo esame di coscienza e proposito di non più peccare. Somministrandogli la Comunione il cardinal Ruini dava ovviamente per scontato che Vendola si fosse attenuto ai precetti. Se poi non lo avesse fatto, è questione che il neogovernatore della Puglia deve risolvere con la propria coscienza e con Dio. Sull'argomento la Chiesa quindi è molto chiara: ad essere peccaminoso è l'atto omosessuale, non la omosessualità. Ci sono però - e questo crea notevole sconcerto tra i fedeli - sacerdoti che la pensano diversamente. Sono per lo più seguaci della teologia della liberazione, animatori delle «Comunità cristiane di base» condannate con estrema energia di Giovanni Paolo II. Uno di costoro, don Franco Barbero, oltre ad aver inventato il rito della benedizione del «patto d'amore» per le lesbiche, oltre ad unire in matrimonio coppie di omosessuali e sposare i preti che ne facevano domanda, ricopriva il ruolo di consigliere spirituale della comunità gay. Ad uno che gli chiedeva se nella sua condizione gli fosse concesso accostarsi alla Comunione, rispose: «Bravissimo! Goditi il sorriso di Dio sulla tua omosessualità e fai tranquillamente il passo successivo. Accostati all'eucaristia, fai la comunione con gioia. Se ti confessi, non è proprio il caso che tu parli della tua omosessualità e della tua relazione. Non c'è peccato da confessare. Fai l'amore con il tuo compagno e sappi che, se davvero ami, se costruisci una relazione ricca di sentimenti, fai crescere l'amore nel mondo e dai fiducia a tanti altri gay che cercano la loro strada». Su istanza del cardinal Ratzinger, nel marzo del 2003 Papa Wojtyla lo ridusse allo stato laicale con decisione «suprema, inappellabile e non soggetta a ricorso».

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