L’onda della crisi investe Fannie Mae

Le più importanti banche d’affari preparano altri licenziamenti

da Milano

La crisi Usa è davvero dietro le spalle? A giudicare dalla disastrosa trimestrale presentata da Fannie Mae, proprio non si direbbe. E neppure dal raddoppiar di perdite di Wachovia, una delle big del credito a stelle e strisce, nè dall’ondata di licenziamenti destinata a rovesciarsi su Morgan Stanley, Lehman Brothers e JP Morgan nei prossimi giorni.
Lo scenario sembra lo stesso, plumbeo e recessivo, degli ultimi mesi. Quello più volte evocato dall’ex leader della Fed, Alan Greenspan, quello che i ripetuti tagli dei tassi decisi dal suo successore, Ben Bernanke, e gli interventi di sostegno federali non sono ancora riusciti a cambiare. I conti di Fannie Mae rimandano al virus subprime: 2,2 miliardi di dollari di perdite subite soprattutto sul versante dei derivati, dividendo sforbiciato, urgenza di reperire 6 miliardi di mezzi freschi. Ma anche se Moody’s ha confermato la tripla A, consentendo al titolo un formidabile recupero a Wall Street (da meno 7% a più 5%), quei numeri rappresentano una spia rossa accesa sulla console di comando dell’amministrazione Bush. Assieme a Freddie Mac, la cui relazione trimestrale sarà presentata la prossima settimana, Fannie Mae è considerata uno dei pilastri del mercato immobiliare. Acquista mutui, e poi li converte in titoli. È un classico processo di cartolarizzazione, sfuggito però di mano. Le due agenzie semigovernative, già in rosso nel 2007 per nove miliardi, sono infatti sedute sopra una bomba a orologeria: a fronte di un capitale complessivo di appena 83 miliardi, sono appesantite da 5mila miliardi di debiti e altri impegni finanziari. Se Fannie e Freddie saltano, salta il sistema immobiliare. Con ricadute incalcolabili sull’intera economia Usa.
La questione non è puramente accademica. Il New York Times ha dedicato ieri al caso la prima pagina, riferendo dei timori via via crescenti della Casa Bianca e del Congresso, che «si stanno nervosamente chiedendo se queste due compagnie, considerate le salvatrici del mercato immobiliare, non abbiano alla fine bisogno di essere salvate», soprattutto se il calo dei prezzi delle case dovesse perdurare. Bernanke ha chieso ieri misure contro i pignoramenti, oltre al rafforzamento dei poteri della Federal Housing Administration e di Fannie Mae e Freddie Mac. Ma è proprio sull’attribuzione di maggiore capacità di intervento delle due agenzie che alcuni osservatori non sono d’accordo. Il mese scorso, il Congresso ha alzato il tetto massimo dei mutui che le compagnie possono accollarsi da 417mila a 730mila dollari, un atto - sostengono i critici - che potrebbe minacciare il sistema finanziario globale. Inoltre, allo scopo di finanziare nuovi mutui e aiutare i proprietari di case nei guai, è stato ridotto di un terzo il livello della riserva obbligatoria. Insomma, minori coperture richieste quando invece la situazione suggerirebbe regole più stringenti.
Mentre Wachovia rettifica i conti, raddoppiando il rosso dei primi tre mesi a 708 milioni, il governo sta peraltro aumentando le pressioni sulle banche affinchè accettino la riforma che consentirà di accelerare la rinegoziazione dei mutui, in modo da venire incontro alle famiglie in difficoltà. Le famiglie in crisi, tra l’altro, rischiano di aumentare. Secondo Cnbc, Morgan Stanley annuncerà una riduzione degli organici di 1.500 unità, mentre la prossima settimana sarà Lehman Brothers a dichiarare nuovi licenziamenti dopo i 4.900 già decisi; tagli in vista anche per JP Morgan, che potrebbe dimezzare il numero dei dipendenti di Bear Sterns. E in Europa, la scure è pronta a calare su 2.600 addetti di Ubs. Entro il 2009, la banca svizzera si sarà alleggerita complessivamente di 5.500 dipendenti. Non meglio se la passa Wachovia.