L’onorevole Bonolis: «Il cinema? Mi pare un’avventura diabolica»

Il protagonista di «Commediasexi» spiega il suo esordio

Cinzia Romani

da Roma
Mentre i padroni dell’etere e dei cavi mirano a farci usare il televisore come unico polo d’uso e consumo, che accorpi homevideo e internet, lo shopping da casa e l’università telematica, in un continuum di utenze sedentarie, arriva il film di Natale Commediasexi (da venerdì nelle sale) a dimostrare come sia possibile mettere tutto in tutto. A patto di essere bravi, come qui il regista romano Alessandro D’Alatri, che venendo dal mondo della pubblicità maneggia con destrezza lo smalto sul nulla della vita contemporanea, e sa come utilizzare al meglio il materiale umano a sua disposizione. Avendo sottomano due esordienti presi dal piccolo schermo, cioè Paolo Bonolis, tête d’affiche di questa commedia che di sessuale ha nulla, ed Elena Santarelli, la venticinquenne di Latina già vista nell’Isola dei famosi e su un calendario, il cineasta, qui anche autore di soggetto e sceneggiatura, li esalta con complicità.
Intanto, il topolesco Bonolis risulta cinico e fasullo, nel ruolo dell’onorevole sposato con la bella Pia (Stefania Rocca, concupita da un Michele Placido in versione macellaio) e padre di due gemelle, ma preso dalla soubrette coscialunga (la Santarelli), nella stessa misura televisiva cui ci ha abituati. E tale coincidenza, fuori asse alla fine del film, quando il conduttore esagera mimando Alberto Sordi, senza esserlo, può incidere sul gradimento del pubblico. Poi, la palestrata Santarelli, uno e ottantuno di altezza e terza misura da duecentottanta grammi per seno rifatto, è perfetta come «trottolina», che ballicchia in tivù, cantando il ritornello «chi se ne frega/chi se ne frega», nell’imperterrita frivolezza delle tante veline e schedine e letterine. Il politico e la soubrettina si appartengono, nella cronaca e nella vacuità catodica della coppia cinematografica, tesa allo scambio di favori. «Come butta alle Comunicazioni?», chiede un onorevole all’altro, tuffando il cornettino nel cappuccio, alla buvette di Montecitorio. «Pieno di fica», è la risposta, che riassume una certa attività parlamentare.
«Gli italiani guardano alla politica in questo modo e nel vuoto politico attuale è facile gettare sassi nello stagno: basta guardarsi attorno», spiega D’Alatri, anche autore di documentari e videoclip. «Volevo stabilire un contatto col popolo: da troppo tempo la classe intellettuale si è chiusa nei salotti, a giudicare i gusti delle masse», continua il cineasta cinquantaduenne, invitando i colleghi più impegnati «a girare commedie, per salvare il cinema italiano». Guardando alla stagione dorata de La grande guerra monicelliana, il regista si augura «d’aver rintracciato almeno un capello di quel grande cinema».
D’Alatri, insomma, non sarà impegnato, né graffiante, ma riprende Roma dall’alto con maestria, restituendola patinata e gloriosa, come fanno i registi Usa, quando ingolosiscono con la Grande Mela. «Il cinema? Un’avventura diabolica, una camera gestatoria, dove si forma una famiglia. Faccio tivù da venticinque anni e, amando il cinema, volevo vederlo dalla sala macchine», dice Bonolis, nella vita reale padre affettuoso di quattro figli. Qui il suo onorevole ha così paura di vedersi scoperta la tresca extraconiugale, mentre lavora alla legge sulla famiglia (diverte il siparietto del politico alle prese con una delegazione di omo e trans) che ricorre al suo autista, l’impareggiabile Sergio Rubini. «Sto dalla parte di Nanni Moretti», precisa l’attore, che non ama il disimpegno, ma si è divertito a disegnare, con solida grazia, il protagonista Mariano, poverocristo senza orario, alle prese con la pasta e ceci fredda, la moglie ipocondriaca (Margherita Buy) e i figli adolescenti, che non può seguire a causa del suo lavoro. «Il copione? È l’arredamento. Il regista è il padrone di casa», commenta Rubini, vero mattatore di questo «cinepandoro» da sei milioni di euro e farcito di numerosi prodotti da reclamizzare.