L’onorevole notte della Zenobi. Ecco le prove delle sue bugie

Il caso del deputato Cosimo Mele. Il referto medico
smentisce che la donna abbia sniffato cocaina<br />

Presente l'ormai storica notte hard all'hotel Flora che ha messo nei guai l'onorevole udc Cosimo Mele? E ricordate le dichiarazioni di Francesca Zenobi, 28 anni, detta Pocahontas? Ha parlato di droga che scorreva a fiumi, di «sei ore di sesso estremo». «C'era coca, tanta coca» ha raccontato, in particolare al settimanale Oggi. «Ero stanca, sfinita, cominciavo a stare male, lui chiedeva sempre più… »; «mi ha lasciata lì, nuda, sdraiata sulla moquette, potevo morire… ». Bene. Secondo il referto stilato dal pronto soccorso dell'ospedale San Giacomo la mattina del 28 luglio scorso, quando arrivò scortata dalla polizia, Pocahontas non era né intossicata dalla coca né rischiava la vita. «Paziente vigile e orientata», ha vergato sul verbale il medico di turno, il dottor Bettazzi.
Ma vediamo nel dettaglio. Francesca Zenobi al pronto soccorso arriva alle 9.31. Per cominciare, il suo caso è contrassegnato come un «codice verde», cioè non urgente. Nell'anamnesi il dottor Bettazzi annota: «La paziente giunge accompagnata dalla polizia. Riferisce malessere dalle 5 di stamane. Riferisce di essere stata drogata ieri sera mentre era in una stanza dell'hotel Flora di Roma». La squillo ammette di far «uso sporadico di cocaina». E che altro riferisce? «Crisi dispnoica (ndr, cioè crisi respiratoria)», e «attacco di panico» che è, comunque, una condizione del tutto soggettiva. Riferisce anche un'«aggressione fisica, da parte di persona conosciuta quella sera stessa al fine di sottrarre il telefonino impedendo, a sua detta, di poter chiedere aiuto… ».
Dopo tre ore di accertamenti, alle 12.01 il dottor Bettazzi traccia questo esame obiettivo (cioè in base ai risultati clinici oggettivi): «Paziente vigile, orientata; ac tachiritmica, non angor, non dispnea»; «Rot (ndr, riflessi osteo-tendinei) nella norma». Secondo il medico che ha nelle mani il caso politico dell'estate, Francesca Zenobi è ben presente a sé. Niente confusione, agitazione, iper-reattività che - sono solo alcuni dei sintomi - denotano un'intossicazione da cocaina. A parte i battiti cardiaci aumentati non ha dolori al torace: nessun infarto. Nessuna crisi respiratoria: non rischia di morire. I riflessi sono assolutamente normali.
Insomma di tremori, allucinazioni spesso anche gravissime, brividi e tutti gli altri sintomi che attanagliano chi è strafatto di cocaina, non c'è traccia. Tanto che nella perizia di parte, richiesta da Cosimo Mele, la dottoressa Elia Del Borrello, esaminando la documentazione del pronto soccorso, ha facile gioco nell'affermare che «Francesca Zenobi al momento dell'arrivo in ospedale non era in uno stato di intossicazione acuta da cocaina e non era assolutamente in pericolo di vita». Uno stato di intossicazione acuta non è ipotizzabile neanche nelle ore precedenti, stabilisce la perizia, perché senza terapia non sarebbe regredito così facilmente e avrebbe avuto altre complicazioni. «Non è compatibile - aggiunge - neppure che la signorina sia stata drogata contro la sua volontà» perché manca qualsiasi segno di resistenza. E neanche l'aggressione, per impedirle di chiedere aiuto, è plausibile perché il medico non ha riscontrato «un graffio, un'ecchimosi, un'escoriazione».
Per di più, nel sangue non sono state trovate tracce di cocaina, che invece avrebbero dovuto esserci nel caso di un uso massiccio nelle ore precedenti. Sono invece presenti nelle urine. «Positività», conclude la perizia, «indicativa di un'assunzione pregressa», e che può risalire «anche a 7-8 giorni prima». La difesa ha depositato anche non una ma due esami tricologici (dei capelli) da cui risulta che Cosimo Mele non si drogò.
Eppure Francesca Zenobi è stata ricca di particolari. Sui fiumi di droga corsi in quella stanza, così come sulle performance richieste dall'onorevole. «Verso le 5 del mattino Maria (ndr, l'altra donna presente nella stanza) se n’è andata. Siamo rimasti noi due. Ero stanca, sfinita, cominciavo a stare male. Lui continuava. Chiedeva, voleva, pretendeva, faceva, non si fermava mai, non ne potevo più… Ho pensato che mi stesse venendo un infarto, che sarei morta». Ecco, forse il film di quello che è realmente accaduto all'hotel Flora è ancora tutto da scrivere.
pierangelo.maurizio@alice.it