L’Onu accusa: Damasco continua a rifornire gli arsenali di Hezbollah

Tutto come prima. E forse peggio di prima. Nonostante i quindicimila soldati dell’Unifil schierati nel sud del Libano, tra i quali 2.500 italiani, armi, missili e munizioni continuano ad attraversare il confine siriano e a riempire gli arsenali di Hezbollah. A lanciare l’allarme stavolta è il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, preoccupato per il rischio di un riacutizzarsi della doppia crisi che vede Hezbollah contrapposto a Israele e al governo del premier libanese Fouad Siniora.
Il Paese dei cedri, nella poco rassicurante raffigurazione offerta dal rapporto, sembra, insomma, un Paese ancora sull’orlo del precipizio, un Paese sospeso tra la guerra civile e il riaccendersi del conflitto con Israele. Le paure di Ban Ki Moon sono elencate in un dettagliato rapporto al Consiglio di sicurezza in cui il segretario generale sottolinea che «i trasferimenti di armi avvengono regolarmente» e propone la creazione di squadre di osservatori incaricate di controllare il confine siriano. «Sono molto preoccupato che la crisi politica in Libano possa approfondirsi e aggravarsi», scrive Ban Ki Moon nel rapporto.
Ma al di là delle preoccupazioni il documento suona come un vero e proprio atto d’accusa contro la Siria accusata ancora una volta di soffiare sul fuoco, o meglio sui fuochi del braciere libanese. Esattamente l’opposto di quanto promesso dal governo di Damasco al segretario generale dell’Onu durante la sua visita in Siria dello scorso 24 aprile. In quell’occasione il presidente Bashar Assad e i suoi ministri avevano garantito a Ban Ki Moon di esser pronti a collaborare con le Nazioni Unite per garantire la pace e la stabilità. Impegni puntualmente smentiti, secondo il rapporto del segretario generale, da alcuni dettagliati rilevamenti d’intelligence provenienti da Israele e da altri Paesi coinvolti nelle operazioni dell’Unifil al Sud, che provano i continui trasferimenti di armamenti nella valle della Bekaa. Quelle armi, pur non raggiungendo il confine d’Israele e il sud del Libano pattugliato dalle truppe Unifil e dall’esercito di Beirut, continuano ad ingrossare gli arsenali del Partito di Dio situati nella valle della Bekaa.
Il rafforzamento militare di Hezbollah rischia, secondo il rapporto, di deteriorare ulteriormente i delicati equilibri del Paese innescando «un diffuso riarmo e ridando vita allo spettro di un nuovo confronto». Per evitarlo, secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, è quanto mai urgente metter in piedi una task force in grado di tenere sotto controllo il confine siriano. L’idea, appena abbozzata nel rapporto, fa pensare ad un più vasto utilizzo dei quindicimila soldati del contingente internazionale dell’Onu parcheggiati per ora nel sud del Libano. Una parte di quei contingenti potrebbe, su richiesta del Consiglio di Sicurezza, venir impiegato per controllare gli impervi valichi della valle della Bekaa ancora sotto il totale controllo della Siria e dei guerriglieri del Partito di Dio. Una proposta senza precedenti che di certo non farà felice Damasco e che rischia di mettere Ban Ki Moon in rotta di collisione con la Siria e con l’Iran, grande padrino delle forniture di armi ad Hezbollah.
Il rapporto del Segretario generale contiene altre proposte potenzialmente dirompenti come la richiesta di procedere ad una chiara demarcazione dei confini siriano-libanesi e l’invito a Damasco a stabilire relazioni diplomatiche con Beirut. Entrambi gli inviti puntano a far piazza pulita delle convinzioni di quanti continuano a considerare il Libano parte integrante dei territori della grande Siria. In base a questa tesi, mai esplicitamente abbandonata, il regime siriano non ha mai proceduto ad una chiara demarcazione dei confini e non ha mai aperto un’ambasciata a Beirut. Secondo il segretario generale dell’Onu è invece venuto il momento di dare il via a «queste importanti misure per affermare uno stretto rispetto della sovranità del Libano, della sua integrità territoriale e della sua indipendenza politica».