L’Onu accusa: la Siria fece eliminare Hariri

Fausto Biloslavo

Servizi segreti di Damasco e Beirut organizzatori dell’attentato, il cognato e il fratello del presidente sirano Bashar Assad chiamati in causa da un testimone, la messa in scena del finto kamikaze, poi eliminato, e il coinvolgimento del capo di Stato libanese sono le parti più scottanti dell’inchiesta dell’Onu sull’attentato che ha eliminato l’ex premier del Paese dei cedri, Rafik Hariri, il 14 febbraio scorso.
Sono 54 pagine esplosive firmate dal magistrato tedesco Detlev Mehlis, rese pubbliche ieri. La conclusione del rapporto è inappellabile: «La decisione di assassinare l’ex primo ministro Rafik Hariri non poteva essere presa senza l’approvazione degli alti ufficiali della sicurezza siriana, e non potrebbe essere stata eseguita senza la collusione della loro controparte nei servizi libanesi».
La responsabilità dei servizi
I testimoni, in gran parte anonimi per motivi di sicurezza, chiamano in causa il generale Rustum Ghazali, allora capo dei servizi di Damasco in Libano, e il generale libanese Mustafa Hamdan, capo della guardia presidenziale. Oltre che su alti ufficiali siriani, il rapporto punta il dito contro Jamil al Sayyed, ex pezzo grosso dell’intelligence libanese, che partecipò alle prime riunioni per organizzare l’attentato, Ali Haji, ex direttore delle forze di sicurezza interne, che ridusse sensibilmente la scorta del politico ucciso, e Raymond Azar, che fece seguire e intercettare le conversazioni dell’ex premier. Tutti e quattro gli alti ufficiali della sicurezza libanese coinvolti sono stati arrestati. I servizi di Beirut e Damasco hanno inoltre fornito armi, telefonini, documenti, radio e soldi alla squadra dei killer di Hariri.
«Uno dei testimoni ­ afferma il rapporto ­ ha dichiarato che un alto ufficiale della sicurezza libanese (Jamil al Sayed, ndr) si è recato varie volte in Siria per pianificare il delitto». All’inizio gli incontri con gli ufficiali di Damasco avvenivano all’hotel Meridian, nella capitale siriana, ma poi si sono spostati al palazzo presidenziale e negli uffici di servizi. Il complotto fu deciso un paio di settimane prima dell’approvazione della risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, nel settembre 2004, la quale intimava alla Siria di ritirarsi dal Libano.
«Un testimone ­ continua il rapporto ­ notò nella base militare siriana di Hammama, in Libano, un furgoncino Mitsubishi bianco» tre giorni prima dell’attentato. Si trattava della macchina imbottita di almeno mille kg di esplosivo che fece saltare in aria Hariri e altre 22 persone. La Mitsubishi fu portata in Libano dalla Siria da un colonnello della decima divisione di Damasco.
Il coinvolgimento degli Assad
Diversi politici libanesi di spicco hanno riferito frasi minacciose del capo dello Stato siriano Bashar Assad nei confronti di Hariri, come la seguente: «Se Chirac vuole che me ne vada dal Libano, io farò a pezzi il tuo Paese». Il premier libanese temeva di essere ucciso e cedette ai voleri siriani, ma subito dopo si dimise cominciando a lavorare per sganciare il Libano dal protettorato di Damasco. Per questo alcuni parenti stretti di Assad decisero di farlo fuori. Nel rapporto consegnato alla stampa i nomi sono stati omessi, per rispetto alla presunzione d’innocenza, ma il New York Times e la Cnn hanno ottenuto la versione integrale. Uno dei testi chiave sostiene che Maher Assad, fratello del presidente siriano, e il cognato, il generale Asef Shawkat, facevano pare della famosa riunione del 2004, quando fu presa «la decisione di assassinare Hariri». Anche l’amico personale del presidente, Bahjat Suleyman, partecipò al complotto, come Hassan Khalil, ex capo dell’intelligence siriana. Ovviamente Damasco nega.
Il finto kamikaze
Poche ore dopo l’attentato, fu ritrovata ad Hamra, nel centro di Beirut, una videocassetta con la rivendicazione dell’attacco suicida da parte del fantomatico kamikaze Abu Adass, appartenente a un semisconosciuto gruppo islamico. Serviva solo per depistare le indagini. «Secondo un testimone, Abu Adass ­ si legge nel rapporto ­ era detenuto in Siria e fu costretto, sotto la minaccia delle armi, a registrare la videocassetta (di rivendicazione, ndr). La cassetta fu inviata a Beirut la mattina del 14 febbraio 2005 (giorno dell’attentato, ndr) e consegnata a Jamil Al Sayyed (uno degli alti ufficiali dell’intelligence libanese oggi in carcere, ndr)». Un collaboratore dei servizi chiamò il corrispondente di Al Jazeera per informarlo di dove aveva abbandonato la cassetta, che venne mandata in onda come rivendicazione dell’uccisione di Hariri.
In realtà un altro testimone, Zuhir Ibn Mohamed Said Saddik, poi accusato di aver fatto parte del complotto, ha spiegato agli investigatori dell’Onu che il vero kamikaze era un iracheno ingaggiato dai siriani «facendogli credere che l’obiettivo era il primo ministro dell’Irak (di allora, ndr) Iyad Allawi», che proprio il giorno della morte di Hariri era in visita a Beirut. «Le prove dimostrano ­ spiega il rapporto - che Abu Adass (il finto terrorista, ndr) lasciò la sua casa il 16 gennaio 2005 e fu portato, volontariamente o meno, in Siria, dove da allora è scomparso».
La telefonata del presidente
Mustafa Hamdan, capo della sicurezza presidenziale, in carcere dal 30 agosto per la morte dell’ex premier libanese, disse prima dell’attentato: «Stiamo per mandarlo in viaggio, addio Hariri». Il rapporto dell’Onu chiama in causa anche il suo boss, il capo dello Stato libanese Emile Lahoud, cristiano ma ferreo alleato dei siriani. Nel testo consegnato alla stampa si mette l’accento sullo sceicco Abdel Al, dirigente di un’organizzazione filantropica islamica legata a Damasco, definito una «figura chiave dell’inchiesta». Lo sceicco fu uno dei principali informatori dei servizi libanesi e siriani sulla storia personale del finto kamikaze, che cercava di accreditare in tutti i modi come il vero esecutore dell’attentato. Gli investigatori dell’Onu scrivono che «Abdel Al ha sostenuto di aver ricevuto una telefonata dall’ufficio presidenziale subito dopo la messa in onda del video di rivendicazione» del finto kamikaze. Secondo indiscrezioni di stampa, il rapporto integrale conteneva anche un’altra notizia imbarazzante sulle telefonate dello sceicco: «Ha chiamato il cellulare del presidente libanese Emile Lahoud alle 12.47, qualche minuto prima dell’esplosione». Il portavoce del capo dello Stato ha smentito seccamente l’indiscrezione, ma ormai la sua poltrona, da tempo nel mirino, sta traballando.