L’Onu alla Birmania: scarcerate San Suu Kyi

Oggi scadono gli arresti e la celebre dissidente dovrebbe tornare in libertà

Roberto Fabbri

Una speranza, sembra un po’ più concreta del solito, per Aung San Suu Kyi, la coraggiosa leader dell’opposizione birmana che ha trascorso dieci degli ultimi diciassette anni tra carceri e arresti domiciliari. Oggi scade l’ennesimo periodo di reclusione impostole dal regime militare al potere dal 1962 in Myanmar, il nome che da qualche anno ha ufficialmente rimpiazzato quello tradizionale di Birmania, il grande Paese del sud-est asiatico affacciato sul golfo del Bengala e incastonato tra Thailandia, Laos, Cina, India e Bangladesh. Il segretario generale dell’Onu Kofi Annan (che in questi giorni si trova a Bangkok), ha colto l’occasione per invitare nuovamente il regime a rilasciare la dissidente, seguito a ruota dalla presidenza di turno austriaca dell’Unione europea. Gesti senza conseguenze utili, di solito. Ma questa volta, a differenza dal passato, una qualche reazione positiva c’è stata.
Intanto è stato consentito a un inviato delle Nazioni Unite, dopo due anni di tentativi infruttuosi, di visitare Aung San Suu Kyi: Ibrahim Gambari ha potuto parlare per un’ora con la illustre sequestrata, che ha poi descritto come «determinata e di saldi principi». Poi un altro fatto importante: ieri sono state rimosse le barriere davanti alla casa dove Suu Kyi è prigioniera e il capo della polizia birmana, Khin Yi, ha dichiarato di considerare ormai isolata e non più pericolosa per il regime la donna che i suoi capi hanno fatto inesorabilmente perseguitare. «Non penso - ha detto Yi - che ci saranno manifestazioni o rivolte se Aung San Suu Kyi verrà rilasciata: non ha più molto seguito».
Vero o falso che sia, il problema non si esaurisce con la eventuale liberazione della più famosa oppositrice del regime militare. Nelle carceri del Myanmar languono più di mille detenuti politici, tra cui tutti i principali dirigenti dell’opposizione. E non cessano le persecuzioni contro la minoranza Karen, che sono anzi aumentate dopo la poco comprensibile mossa del numero uno del regime, il generale Than Shwe, che ha trasferito la capitale dall’antica Rangoon (ribattezzata Yangon) a una città nuova di zecca costruita in fretta e furia 700 chilometri più a nord, nel cuore della giungla e denominata in un primo tempo Pyinmana e poi - in quello che è parso un segno di megalomania senile - Naypyidaw, che significa città dei re.
Da un’eventuale liberazione di Aung San Suu Kyi, che oggi ha 60 anni e non ha potuto mettere piede fuori di casa ormai dal 2003, Shwe avrebbe comunque qualcosa da guadagnare: l’allentamento delle sanzioni internazionali imposte dall’Onu nel 1990, all’indomani della vittoria elettorale del partito guidato dalla premio Nobel per la pace, la Lega Nazionale per la Democrazia, che il regime non ha mai riconosciuto.