L’Onu chiede a Prodi soldati e non parole

Vota a favore anche la Casa delle libertà con l’eccezione della Lega e del senatore Pera

Francesca Angeli

da Roma

L’Italia manderà i suoi soldati in Libano con il contingente Onu. Quando partiranno? Prestissimo. In quanti? Circa 3000. Quali saranno esattamente i loro compiti? Non è chiaro. La decisione è presa ma tutto il resto è da definire. A parte l’amara certezza espressa dal ministro della Difesa, Arturo Parisi: «Si tratterà di una missione impegnativa, costosa e rischiosa». Intanto Romano Prodi tira un sospiro di sollievo. In questo delicato frangente la maggioranza ha tenuto e l’opposizione responsabilmente non ha detto no.
Il commento del vicesegretario Onu, Mark Malloch Brown, fotografa bene quanto è stato deliberato ieri in Italia prima in Consiglio dei ministri e poi nella Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. «Buone notizie dall’Italia», dice Brown. Ovvio visto che il nostro Paese «ha preso un impegno fermo» sull’invio dei militari mentre gli altri governi europei tergiversano con grande preoccupazione delle Nazioni Unite. Nessuna garanzia dall’Italia però, aggiunge il vice di Kofi Annan, sull’entità del contingente perché il nostro Paese «non ha preso ancora un impegno fermo sui numeri».
Dunque il governo Prodi ha incassato il via libera del Parlamento (a parte l’astensione della Lega, di Pietro Rao del Movimento per l’autonomia e del senatore azzurro Marcello Pera) ma dovrà tornare alle Camere con una risoluzione meno generica di quella approvata ieri. Inevitabile per Prodi doversi mantenere sul vago per non dispiacere a nessuno e per ottenere il voto di tutte le componenti dell’opposizione. Il sì non era infatti per nulla scontato visto che il centrodestra giudica una parte importante del governo, ovvero il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, troppo sbilanciato a favore di Hezbollah.
Il sì del Parlamento è stato dato ad una risoluzione succinta, per non dire fumosa, ripulita di qualsiasi riferimento preciso. Come quello sull’impegno a fornire «sostegno alla popolo libanese» e «ad assicurare la sovranità e l’integrità territoriale del Libano» che comparivano nella prima versione approvata ieri mattina in Consiglio dei ministri. In sostanza si impegna il governo a far sì che «l’Italia abbia un ruolo attivo per la piena attuazione della risoluzione 1701 compresa la partecipazione di un contingente italiano alla forza Unifil». Cancellata pure la parte che faceva riferimento alle regole di ingaggio «definite nell’ambito delle Nazioni Unite».
A chiedere di modificare la risoluzione sia l’ex titolare della Farnesina, Gianfranco Fini di Alleanza Nazionale sia l’ex ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu di Forza Italia mentre l’atteggiamento di Pierferdinando Casini, leader Udc, era apparso più disponibile ma sempre ad un sì «generico». Il leghista Roberto Maroni invece dice no «a un salto nel buio».
Il nodo da sciogliere era quello delle regole d’ingaggio. Impossibile però scioglierlo finché non è l’Onu a chiarire i punti chiave: ad esempio chi dovrà disarmare Hezbollah e come. Dubbi che persistono anche dopo la telefonata tra Prodi e il segretario generale Kofi Annam sulla definizione delle regole mandate dalla Nazioni Unite. Nella riunione congiunta delle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato tocca a D’Alema tentare di rassicurare l’opposizione in attesa di chiarimenti sulla risoluzione Onu. «Non abbiamo nessuna volontà di avere deleghe in bianco - assicura il ministro degli Esteri - è un passaggio in più, che nulla toglie al Parlamento del suo potere di deliberare su una decisione formale del governo». Insomma, insiste D’Alema «l’avallo che chiediamo oggi non pregiudica in nessun modo» la possibilità che il Parlamento si esprima poi su un testo più articolato. Sulle regole di ingaggio arriveranno le decisioni dell’Onu, spiega. A New York è in corso una riunione che «si sta svolgendo positivamente» in modo da «assicurare che la missione sia in grado di resistere ai tentativi di ostacolare il suo mandato». E Parisi non nasconde che la missione italiana «non sarà una passeggiata».
Viste le premesse Fini si chiede perché sollecitare il voto del Parlamento a «un nobile intendimento» quando «non ci sono le condizioni politiche». E Fini non risparmia una stoccata al centrosinistra. L’Italia risponde per prima alla richiesta dell’Onu», osserva Fini «per ragioni interne all’attuale maggioranza».
Anche Pisanu mette le mani avanti, chiedendo garanzie sugli obbiettivi politico-militari, le regole di ingaggio, la catena di comando, l’entità, la quantità e i compiti del coinvolgimento italiano. Le perplessità della Cdl vengono accolte e la risoluzione approvata dal Consiglio dei ministri con opportuni ritocchi viene ridotta all’osso ottenendo il sì dell’opposizione. Un sì «condizionato» per Pisanu: siamo pronti a bloccare il provvedimento finanziario, assicura, se non si verificheranno «le condizioni che abbiamo posto».