L’Onu dorme sulla Siria e si sveglia contro gli Usa

Altro giorno di massacri a Damasco. E l'Unione europea vara sanzioni contro i vertici siriani. Ma si dimentica di Assad

Sull'eliminazione di Bin Laden si ragiona e si sragiona parecchio, e al solito la seconda parte e affidata all'Onu. Quando la signora Navi Pillay, presidente del Consiglio per i diritti umani, quella signora che non va a Oslo alla premiazione del Premio Nobel cinese Liu Xiaobo per impegni irrinunciabili, che lascia perdere l'Iran, e il Tibet, e la Cecenia, e il Sudan... ma che tre quarti del suo tempo lo dedica alle risoluzioni di condanna a Israele; dicevamo, quando questa signora chiede una spiegazione chiarissima, proprio fino in fondo e urgente (anche se tutto suggerisce che Obama debba tenersi qualche segreto), su come Bin Laden sia stato ucciso perché «si devono osservare delle regole anche nella lotta contro il terrorismo»; beh, sospettiamo che le sue intenzioni più che legalitarie siano ideologiche. Insomma, ragioni antiamericane, antioccidentali, anti israeliane, anti noi.
Ci si potrebbe per esempio sentire rassicurati se poi l'attivismo dell’Onu trovasse riscontri rassicuranti sia nell'Hrc, sia ai vertici dell’Assemblea Generale. Allora, per esempio, invece di vedere Ban Ki Moon che chiede (l'ha fatto ieri) il permesso di Bashar Assad per mandare una delegazione a verificare se per caso si violano i diritti dei cittadini mentre quello ha già fatto 600 morti, invece di accontentarsi che lui, e questo la dice lunga, glielo accordi; invece di constatare che il Consiglio di Sicurezza non l'ha condannato a causa del veto Cinese e Russo, vedremmo i caschi blu che vanno a dire a Bashar che non si spara sulla propria popolazione inerme. Invece non è così.
Del resto sempre ieri, da parte dei 27 paesi della Ue riuniti a Bruxelles per parlare della repressione siriana mentre in uno dei soliti venerdì di sangue Bashar sparava sulla folla, l'Onu, che dovrebbe ottenere una spinta democratica e legalitaria dai Paesi occidentali, ha avuto un segnale molto pallido, sanzioni personali a 14 personalità di damasco, escluso, udite, Assad stesso. Abbiamo istituzioni internazionali senza speranza. I ribelli dalla Siria supplicano per email che gli si comunichi qual è il numero dei morti oltre il quale siamo disposti a mobilitarci, mille, diecimila, un milione? Invece per la Libia ci siamo mobilitati subito, Gheddafi era un dittatore crudele e molesto ma bizzarro e in fondo isolato tanto quanto invece Bashar è protetto dall'Iran che ne fa il perno della sua presenza in Medio Oriente. E noi buoni.
La Siria può persino ancora ambire (non ha ritirato la candidatura) ad avere un seggio nel Consiglio per i Diritti umani, ne ha diritto perché è uno dei quattro stati asiatici che ne hanno fatto richiesta. Sarebbe uno spettacolo pirotecnico almeno quanto l'entrata dell'Iran nel 2009 nella Commissione per lo stato delle donne.
Alla richiesta di un'indagine legale sull'eliminazione di Bin Laden sottende l'idea che essa sia stata illegale secondo la legge internazionale. Non è certo sola in questo la signora Pillay: Christof Heynas l'investigatore indipendente dell’Onu sulle uccisioni extragiudiziali, il portavoce del Vaticano monsignor Federico Lombardi, l'arcivescovo di Canterbury, Fidel Castro, il vertice della Croce Rossa e poi tanti personaggi nostrani sollevano dubbi. Chi più chi meno e ciascuno con motivi diversi, nessuno di questi condivide l'idea che si sia agito secondo quanto stabilito dal congresso una settimana dopo l'11 di settembre con l'Aumf, ovvero l'Autorizzazione all'uso della forza militare. La verità è che si tratta di dubbi politici: di chi non crede che sia in corso un'autentica guerra al terrorismo e non ammette che faccia una differenza la scelta del nemico di combattere con mezzi non convenzionali prendendo di mira i civili, di chi immagina che questa guerra sia una scusa dell’Occidente per dominare il mondo, una forma di sfogo dei nostri mai sopiti istinti coloniali, che la pace è dietro l'angolo, basta essere buoni. E l'Onu, dopo aver per un paio di decenni pensato di poter creare una fratellanza di intenti sotto lo stesso tetto, oggi comincia a far davvero fatica ad albergare gli ayatollah insieme alla democrazia jeffersoniana.