L’Onu filo-Islam dà lezione al Papa

Non sappiamo come Benedetto XVI abbia preso la notizia che nella città pakistana di Lahore hanno deciso che debba dimettersi per manifesta incapacità ad esercitare la sua delicata funzione. La decisione è stata solennemente adottata da un'assemblea di mille religiosi e saggi musulmani riuniti dall'Organizzazione Jamaat al Dawat. Naturalmente la prova dell'inadeguatezza del pontefice alla sua carica è data - secondo quegli uomini di Dio e della Scienza - dal fatto che egli avrebbe «fomentato l'ostilità tra le religioni e pronunziato frasi offensive». Nella dichiarazione dell'assemblea dei mille ce n'è anche per l'Occidente nel suo insieme che - si minaccia - «dovrà subire serie conseguenze per il suo atteggiamento nei confronti dell'Islam. È perciò meglio che si affretti a cambiarlo».
Affermazioni del genere non costituiscono una novità, anche se non devono esser prese alla leggera, perché è noto che vi sono teste calde in tutti gli ambienti, pronte a prendere alla lettera ogni fatwa e ogni anatema di personaggi considerati autorevoli ed a ritenersi autorizzate a passare alle vie di fatto.
Non meno interessante ci sembra un'altra notizia proveniente da Ginevra, sede del Consiglio per i diritti dell'uomo. In seno a tale organo vi è un ufficio per la lotta contro la xenofobia ed il razzismo che, a quanto pare, è diretto da un «esperto»: il senegalese Doudou Diene, evidentemente musulmano. Egli ha preparato un rapporto da sottoporre al Consiglio, con il quale si rimprovera al Papa di aver con le sue parole «incoraggiato le tendenze che vogliono identificare l'Islam ed il terrorismo».
Il signor Diene non ha alzato il ditino soltanto per fare dei rimproveri al Pontefice romano, egli ha anche dei consigli, sia pure retrospettivi, da dargli. Benedetto XVI - egli sostiene - avrebbe nella sua lezione di Ratisbona dovuto rappresentare non solo il punto di vista di Manuele II Paleologo, ma anche quello del saggio persiano con cui dialogava. Vedremo se il Papa ne terrà conto nella sua prossima lezione universitaria o magari in un'enciclica, tanto più che la ramanzina di Diene è stata sottoscritta anche dal relatore speciale sulle questioni della libertà religiosa: un certo Asma Jahangir, anch'egli funzionario del Consiglio dei diritti dell'uomo. Il rapporto dei due «esperti» sarà sottoposto al plenum del Consiglio che si riunirà il 6 ottobre.
Si potrebbe liquidare anche questa vicenda giudicandola, qual è, semplicemente grottesca. Sino ad ora nessuno degli innumerevoli carrozzoni che formano il sistema delle Nazioni Unite aveva preso l'iniziativa di affrontare e risolvere questioni teologiche. Era ora che ciò avvenisse. In realtà le cose sono molto più gravi, e non soltanto per il fatto che il gruppo afro-asiatico detiene la maggioranza nel Consiglio e si può prevedere quale sarà il suo voto nella sua prossima riunione. Il Consiglio, partorito faticosamente sulle macerie di una precedente Commissione, ha dimostrato di essere di essa ancora peggiore. Creato per affermare e far rispettare i valori di tolleranza e di libertà a cominciare da quella d'opinione, è stato nuovamente distorto e viene utilizzato proprio per tentare di imporre limiti ai principi liberali e condannare chi li sostiene.
Di fronte all'offensiva dell'intolleranza dei mille «saggi» o dei pretesi «esperti» onusiani, sarebbe opportuno chiarire anzitutto a questi ultimi il valore delle parole: una discussione teologica non ha nulla a che fare con la xenofobia o con il razzismo, e le idee, religiose o d'altra natura, non dipendono e non sono connesse con nessuna razza. Ma poiché il Consiglio per i diritti dell'uomo come le gambe dei cani non si può raddrizzare, non sarebbe più semplice, più sano e più economico, dato che i suoi esperti ed i relatori speciali sono pagati, sopprimerlo una volta per tutte? A sostenere le sue nobili cause bastano i mille saggi di Lahore.