L’Onu interviene in difesa del pluriomicida Battisti

In una lettera spedita al tribunale che deve decidere l’estradizione si
chiede che non venga compromesso l’asilo di altri rifugiati. Il Palazzo di Vetro minimizza ma l’invio della missiva è una strana coincidenza

RomaUna mattina di fine aprile a tutti i giudici del Supremo Tribunal federal di Brasilia è arrivata una lettera. Oggetto: i diritti dei rifugiati. Una coincidenza incredibile: gli alti magistrati stanno esaminando proprio una domanda di «rifugio», il caso Battisti. Il presidente Lula lo teme come il peggiore degli impicci e tutta la pratica ora è nelle mani dei giudici del Stf. Sono loro a dover decidere sull’asilo all’ex terrorista italiano aspirante rifugiato dopo una lunga fuga dalla Francia. La giustizia, non la politica, deve dire sì o no all’estradizione in Italia dell’ex leader dei Proletari armati per il comunismo condannato a due ergastoli per quattro omicidi, autoproclamatosi innocente. Mentre i giudici della Corte costituzionale brasiliana si preparavano a esaminare il fascicolo, è arrivata quindi al Supremo tribunal questa lettera. L’autorevole quotidiano O Estado de Sao Paulo ne riassume così il contenuto: «l’Onu teme una marcia indietro sulla concessione di pratiche di asilo in Brasile». Cita anche un passo del documento, e naturalmente ne indica l’autore: Javier Lopez-Cifuentes, il rappresentante brasiliano dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.
Cifuentes a Brasilia è come Laura Boldrini a Roma: il punto di riferimento locale dell’Unhcr. In Italia tutti hanno imparato a conoscere questo commissariato delle Nazioni Unite per le recenti polemiche contro i respingimenti in mare dei barconi con i clandestini portati a termine da Italia e Libia. L’agenzia dell’Onu ha condannato e ha chiesto a Roma di fermarsi. Il caso vuole che dall’altra parte del mondo l’Unchr si interessi ancora, indirettamente, a una vicenda italiana: il processo Battisti.
Per O Estado de Sao Paulo l’intervento però non è indiretto: è mirato al cuore del fascicolo. Si cita infatti questo stralcio della lettera di Cifuentes ai magistrati: l’Alto Commissariato per i rifugiati «prevede che la decisione che verrà presa in questo caso (non si cita Battisti, ma secondo il giornale il contesto è chiaro) possa influenzare il modo in cui le autorità di altri Paesi applichino la definizione di rifugiato e affrontano casi di estradizione di rifugiati riconosciuti formalmente».
Letta così sembra l’arringa di un avvocato che sognava la rivoluzione prima di difendere un terrorista: al destino di Cesare Battisti è legata la sorte di centinaia di profughi, per i quali si teme che i Paesi di origine possano chiederne l’estradizione, riaprendo i processi di riconsegna.
Perché l’Alto Commissariato dell’Onu ha scritto al Supremo tribunal brasiliano proprio alla vigilia della sentenza che dovrà decidere su Battisti? Ed è possibile che l’Unhcr paragoni un pluriomicida che ha pensato e partecipato all’uccisione di quattro uomini, non politici (nemmeno quindi un vero terrorista politico)al rifugiato del Darfur che scappa dal sangue della guerra civile, all’esule dello Zimbabwe, all’oppositore perseguitato della Nigeria?
Da ambienti diplomatici italiani è arrivata subito una richiesta di spiegazione ai vertici del commissariato Onu. Il processo Battisti in Brasile è entrato nella fase più sensibile: ogni presa di posizione è condizionante. La risposta, velocissima, dell’Unhcr, è stata che l’intervento del rappresentante era generico sui diritti dei rifugiati, illustrava il quadro di norme che ne regolano lo status. Che non c’è assolutamente l’intenzione, da parte del commissariato, di condizionare la decisione sul caso Battisti. Il fascicolo è di esclusiva responsabilità dei magistrati brasiliani: il quotidiano ha frainteso. Non si smentisce però, secondo quanto apprende Il Giornale, che la lettera sia stata effettivamente inviata da Cifuentes ai giudici di Brasilia.
Rimane allora una terza domanda: nei campi profughi del Kenya (gestiti dall’Unhcr) mancano cibo e acqua per i rifugiati somali che scappano da Mogadiscio. Intere famiglie vivono con soli 3 litri di acqua al giorno. Duecentomila persone sono a rischio epidemie, a rischio di morire di fame. Non si potrebbero consumare le cartucce d’inchiostro su questo oltraggio alla dignità, inondare di fax e mail i governi del pianeta, piuttosto che ricordare ai giudici brasiliani alle prese con l’asilo di un assassino i diritti dei rifugiati a rischio?