L’Onu: invieremo caschi blu in Somalia Le Corti islamiche: «È un atto di guerra»

Il Consiglio di sicurezza approva l’invio di 8.000 uomini di sette Paesi africani per difendere il governo di transizione. Gli estremisti parlano di aggressione

da Nairobi

Forte preoccupazione a Nairobi (dove da anni siede il gruppo di coordinamento che tenta di riportare la pace in Somalia) dopo la minacciosa risposta data ieri dalle Corti islamiche alla decisione di mercoledì sera del Consiglio di sicurezza dell’Onu di inviare un contingente militare nell’ex colonia italiana. Il compito di questi caschi blu, ottomila provenienti da sette Paesi africani, sarà principalmente quello di proteggere il debole governo di transizione nazionale (Tng) costituito grazie al paziente lavoro svolto nella capitale kenyana da diplomatici occidentali e del Continente Nero. Una parte di rilievo nel gruppo di coordinamento spetta all’Italia, rappresentata da Mario Raffaelli.
«È come versare benzina sul fuoco. Il dispiegamento di forze dell’Onu in Somalia è equiparabile a un attacco contro il nostro Paese». Questa la prima reazione dello sceicco Ahmad Sherif, capo delle Corti islamiche, intervistato dalla Tv araba “al Jazeera”. «Si tratta - ha aggiunto - di una misura presa dagli Stati Uniti, che in questo modo intendono colpirci. Noi non accettiamo la presenza di truppe straniere sul nostro suolo. Questo non è il modo per aiutare i somali, che necessitano invece si trovare una via pacifica per uscire dalla crisi».
Nello scorso giugno le Corti avevano preso il controllo di Mogadiscio, estendendolo poi a gran parte del Paese. Contro l’avanzata di questo movimento, bene armato e che si dice essere legato ad Al Qaida, poco o niente ha potuto il Tng, la cui sede è a Baidoa.
L’avanzata del movimento oltranzista preoccupa la quasi totalità degli Stati africani e l’Occidente, che non vogliono la trasformazione del Corno d’Africa (i cui equilibri sono gìà fragili) in un avamposto del fondamentalismo islamico. Nelle città e nei territori passati sotto il governo oscurantista delle Corti è stata imposta la sharia, la legge islamica. Talvolta con barbarici eccessi, come nella cittadina di Bulo Burto, a 200 chilometri a nord della capitale, dove l’altro giorno il ras locale ha ordinato di decapitare chiunque non preghi cinque volte al giorno.
Gli Stati Uniti e l’Etiopia appoggiano il governo di transizione nazionale, il cui premier, Ali Mohamed Gedi, ha accolto positivamente il sì del Consiglio di sicurezza (la richiesta di voto era stata presentata da Congo, Ghana e Tanzania). Gedi ha detto: «La risoluzione dovrebbe essere applicata immediatamente, perché i terroristi internazionali stanno usando alcuni gruppi di somali per destabilizzare il nostro Paese e la regione». Oltre all’invio degli ottomila uomini, il documento impone alle Corti di sospendere la loro offensiva militare e di aprire colloqui con il Gtn. Se ciò non avvenisse, il Consiglio adotterebbe nuovi provvedimenti.
Constatata l’impossibilità del governo presieduto da Gedi di difendersi militarmente (non ha esercito), l’Etiopia è intervenuta più o meno apertamente mandando un piccolo contingente in Somalia. Washington si è attivata con consiglieri e istruttori, suoi inviati si sono incontrati a Nairobi con rappresentanti delle Corti. Ma si è trattato di manovre inefficaci che non hanno bloccato l’avanzata dei miliziani dello sceicco Sherif. Ci prova adesso l’Onu. La guerra globale al terrorismo passa anche dall’ex colonia italiana.