Ma l’Onu non può evitare i patiboli

Il primo rapporto tra l’Italia e il nuovo segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, il diplomatico sudcoreano che l’1 gennaio ha preso il posto di Kofi Annan, è stato un po' sconcertante. Dapprima ha reagito alla nostra iniziativa per una moratoria universale delle esecuzioni capitali osservando che il problema è di competenza esclusiva dei singoli Stati, l’indomani è sembrato contraddirsi assicurando che le Nazioni Unite sono contrarie alla pena di morte. Qualcuno si è affrettato a ricordare che, prima di arrivare alla sua nuova carica, Ban era chiamato «anguilla sfuggente» per la sua abilità nell’evadere le domande più scabrose, ma in realtà egli aveva ragione in entrambe le occasioni: in linea di principio l’Onu si oppone alla pena di morte, ma non ha alcun potere di imporre questa scelta ai quasi cento membri che ancora la prevedono (magari senza applicarla da molti anni); e anche se la risoluzione che l’Italia si propone di presentare all’Assemblea generale fosse approvata a maggioranza, nessuno Stato potrebbe essere obbligato a sospendere le esecuzioni.
Ban Ki-Moon, è il primo segretario generale di origine asiatica in 35 anni, ed è stato sostenuto soprattutto da Stati Uniti e Cina, le due potenze con diritto di veto che prevedono tuttora la pena capitale. Per lui, l’iniziativa italiana può perciò essere motivo di imbarazzo. Ma, soprattutto, può rappresentare una «distrazione» dai gravi e complessi problemi che ha ereditato dal suo predecessore e che dovrà affrontare subito se vorrà che il momento favorevole che l’Onu attraversa in questo momento non rimanga una fortunosa parentesi.
Nonostante gli infortuni, gli scandali e i fallimenti che hanno contrassegnato buona parte del decennio di Annan, le Nazioni Unite hanno conseguito, ultimamente, alcuni significativi successi, che ora devono essere consolidati: hanno (sia pure con una risoluzione contrassegnata da molte ambiguità) posto fine al conflitto tra Israele e gli Hezbollah; hanno decretato sanzioni, per ora non draconiane, ma abbastanza incisive, contro la Corea del Nord per il suo primo esperimento nucleare; hanno permesso, con lo spiegamento di oltre ventimila uomini, lo svolgimento di elezioni democratiche nel Congo; sono riuscite, dopo una lunga e difficile gestazione, a varare la prima risoluzione di condanna dell’Iran per il suo programma di arricchimento dell’uranio; hanno infine imposto al Sudan, purtroppo con molto ritardo, la presenza di un contingente di Caschi blu nel martoriato Darfur.
Ora, la crisi del Corno d’Africa offre loro l’occasione di confermare la propria capacità di intervenire nelle crisi africane, inviando rapidamente un corpo di spedizione internazionale per sostituire le truppe etiopiche nel sostegno al legittimo governo somalo. Inoltre, il nuovo segretario generale dovrà riprendere in mano tutti i pesantissimi dossier lasciati in sospeso da Annan, dalla riforma del Consiglio di Sicurezza alla ristrutturazione dell’apparato burocratico, dal tentativo di dotare l’Onu di una propria forza militare mobilitabile in tempi brevi al reperimento di nuove risorse per le sempre più numerose attività umanitarie. Si calcola che, già oggi, dai 30 ai 40 milioni di persone dipendano per la propria sopravvivenza dal sostegno delle varie agenzie dell’organizzazione, e che, specie in Africa, questo numero potrebbe aumentare ulteriormente.
Il problema più spinoso per Ban è - probabilmente - quello del reperimento degli effettivi per le missioni di peacekeeping, il cui numero continua a crescere. Si tratta non solo di trovare gli uomini, ma anche i mezzi necessari per garantire loro la capacità di operare: aerei, elicotteri, trasporti pesanti e strumenti di comunicazione di cui solo le nazioni più avanzate dispongono.
Egli dovrà perciò continuare a destreggiarsi tra la volontà delle grandi potenze e le esigenze della maggioranza di nazioni in via di sviluppo, che da quando si sono riunite sotto la bandiera del cosiddetto G77 (ma nel frattempo sono diventate 131 su un totale di 192 Stati membri) hanno molto aumentato la propria capacità di influenzare le decisioni.
C’è chi dubita che Ban Ki-Moon, personaggio di indubbia abilità diplomatica, ma riservato, prudente e scarsamente dotato di carisma, sia l’uomo giusto per imprimere all’Onu la svolta di cui ha bisogno, superando le rivalità tra i cinque grandi, la piaga dei veti incrociati e certi eccessi demagogici. Tuttavia, il momento propizio, e il generale sollievo per l’avvenuto cambio della guardia dopo dieci anni tormentati giocano a suo favore. Perciò, cominciamo a memorizzarne il suo nome, nella speranza che possa diventare davvero un protagonista positivo di un quinquennio che si preannuncia denso di problemi.