L’Onu risponda alla sfida siriana

Livio Caputo

Alle Nazioni Unite si presenta in queste ore una eccellente occasione per dimostrare che non sono una tigre di carta. Il procuratore tedesco Detlev Mehlis, incaricato da Kofi Annan di condurre un’indagine indipendente sull’assassinio dell’ex premier libanese Hariri, ha accertato senza ombra di dubbio che il delitto è stato opera dei servizi segreti siriani, accusando nei suoi due rapporti non solo il loro capo Rustom Ghazali, ma anche il fratello ed il cognato del presidente Bashir Assad. Per Ghazali, e quattro suoi collaboratori che ha avuto la possibilità di interrogare, Mehlis ha chiesto l’arresto, mettendo in mora il regime di Damasco. Quest’ultimo, tuttavia, sembra deciso non solo a resistere, ma anche a proseguire la sua campagna di assassini degli uomini politici libanesi che più si sono impegnati per la cacciata degli occupanti siriani dal loro Paese: proprio in coincidenza con la consegna del rapporto Mehlis al Consiglio di Sicurezza, una misteriosa organizzazione denominata «Combattenti per l’unità e la libertà», sospettata di essere una longa manus di Damasco, ha eliminato con il solito sistema dell’autobomba il giornalista e deputato cristiano-libanese Gibran Tueni, da sempre punta di lancia del partito antisiriano.
La sfida alla comunità internazionale è talmente plateale che molti osservatori si domandano se Bashir Assad, uomo di solito alieno ai colpi di testa, abbia ancora il pieno controllo della situazione, o se gli estremisti del suo gruppo di potere gli stiano prendendo la mano nel disperato tentativo di salvarsi. Il premier libanese Siniora si è subito appellato al Palazzo di Vetro perché estenda la sua indagine dal delitto Hariri anche a quelli successivi della stessa matrice, con il risultato di indurre cinque ministri prosiriani, vicini all’Hezbollah, a uscire dal governo
La palla, perciò, è oggi a tutti gli effetti nel campo del Consiglio di Sicurezza. Sta al vertice dell’Onu decidere in tempi brevi non solo se accogliere questa richiesta (e fin qui la risposta sarà sicuramente positiva), ma anche se intimare formalmente a Damasco di procedere all’arresto di Ghazali e dei suoi collaboratori e se imporre, in caso di rifiuto, le severe sanzioni che la vicenda sembra richiedere. Se agisse con fermezza, l’Onu avrebbe la possibilità di provocare la caduta di un regime che, oltre ad avere cercato con metodi criminali di soggiogare il Libano, si è macchiato di moltissime altre colpe: sistematico appoggio al terrorismo palestinese, rifiuto di intavolare costruttivi negoziati di pace con Israele, ospitalità ai gerarchi di Saddam Hussein fuggiti dall’Irak, libertà di transito sul suo territorio agli estremisti islamici accorsi a combattere sotto le bandiere di Moussa Al Zarqawi. Assad e la sua cricca baathista, quasi tutta appartenente alla minoranza alawita, sono anche fortemente contestati dagli stessi siriani, che guardano con un certo interesse ai processi democratici avviati, pur tra mille difficoltà e riserve, in Irak, in Egitto e perfino dall'Autorità nazionale palestinese.
Ma avrà, il Consiglio di Sicurezza, la determinazione e la compattezza necessarie per avviare un processo che, almeno in prima battuta, potrebbe aumentare lo scompiglio in Medio Oriente? Gli Stati Uniti, che hanno da molto tempo la Siria sulla loro lista nera, non hanno ovviamente nessun interesse a difendere Assad, ma temono che nel caos che seguirebbe alla sua caduta possano prevalere estremisti islamici ancora più pericolosi di lui. Gli europei, che spesso hanno mostrato nei confronti di Damasco una strana indulgenza, potrebbero esitare ad adottare nei suoi confronti provvedimenti estremi. Resistenze verranno senz’altro dall’Algeria, che fino a fine anno rappresenta nel Consiglio il mondo arabo. Ma le incognite maggiori riguardano la Russia, storica alleata della Siria, e la Cina, che ha con lei intensi e in parte sotterranei traffici: né l’una né l’altra appaiono inclini a una seria azione punitiva per ritorsione a comportamenti che non hanno danneggiato i loro interessi, ed entrambe dispongono del diritto di veto.
Il rischio che al coraggioso lavoro investigativo di Detlev Mehlis, che non ha esitato neppure a denunciare l’ostruzionismo di Damasco, non segua una reazione appropriata è perciò consistente. Ma se neppure in questa occasione, in cui il loro intervento è stato invocato dal governo libanese e le responsabilità della Siria sono state portate inequivocabilmente alla luce, le Nazioni Unite riuscissero a imporre il loro ordine, il loro prestigio subirebbe un altro duro colpo. Invocare l’intervento delle Nazioni Unite, come è politicamente corretto, finirebbe col diventare una formula vuota.