L’Onu è soltanto una fabbrica mondiale di aria fritta

Caro dottor Granzotto, non mi creda una sprovveduta o una sognatrice ma una madre di famiglia che spera in un futuro meno buio per i propri figli di nove e sedici anni. Il mondo è una polveriera e anche in Italia si scoprono covi del terrorismo islamico pronto a commettere attentati e stragi di poveri innocenti. Tutto ribolle sotto il coperchio della pentola che prima o poi ho paura che salterà. Allora penso: ma non abbiamo l'Onu? I Caschi blu? Perché allora l'Onu non prende in mano la situazione e non mette ordine e pace nel mondo?


Perché non può, gentile lettrice. Perché non vuole. L'Onu è un baraccone che ha nel suo seno molti Stati «canaglia» i quali, per il democratico principio dell'alternanza, finiscono nelle commissioni per i diritti umani (per anni ne fu membro Barzan al Tikriti, fratellastro di Saddam, capo dei servizi segreti e noto torturatore: eliminava gli oppositori immergendoli, vivi, in vasche di acido); ha un Consiglio di sicurezza dove la democrazia cede il passo al diritto di veto; ha una Assemblea dove il voto della repubblica di Vanuatu - 12mila chilometri quadrati, 190mila abitanti - ha lo stesso peso di quello degli Stati Uniti, della Cina o dell'India. L'Onu ha un Segretario generale che prima di prendere una decisione deve mediare con 189 Stati membri. E che quando le prende, le decisioni, combina solo guai. I Caschi blu! Ricordi che l'abito non fa il monaco, gentile lettrice. Non basta agire all'ombra della bandiera blu dell'Onu per trasformare un cialtrone, un poltrone o un mascalzone in un ineccepibile, corretto, onesto e imparziale «soldato di pace». Giusto una settimana fa il Palazzo di Vetro ha ordinato il ritiro dalla Costa d'Avorio di un intero battaglione di Caschi blu. Responsabile di gravi reati fra i quali l'abuso sessuale e il taglieggiamento. Non è il primo caso del genere e poi le basti ricordare quello che fu «Oil for food»: doveva servire a non far mancare cibo e medicinali ai bambini iracheni. Provvide invece a riempire le casse di Saddam Hussein e di altri marpioni nei quattro angoli del mondo (uno di costoro si chiama Kojo, ed è figlio dell'ex segretario generale Kofi Annan) che, con la scusa degli aiuti umanitari, dell'«impegno nel sociale», si arricchirono.
La triste realtà è questa, gentile lettrice: l'Onu è una fabbrica di aria fritta che lastrica di buone intenzioni la via di questo o quell'inferno. Stette a guardare quando la Corea del Nord invase quella del Sud, quando i carri armati dell'Urss entrarono in Ungheria (e l'Assemblea dell'Onu si limitò a questa raccomandazione. Celebre. «Si invita il Consiglio di Sicurezza a indagare sulla situazione in Ungheria causata da un intervento straniero»), in Cecoslovacchia e in Afghanistan. Quando nel maggio 1967 Nasser chiese all'Onu di ritirare dalla striscia di Gaza la «forza di interposizione» costituita dai Caschi blu, nonostante la presenza di 90mila soldati egiziani appoggiati da circa seicento tank schierati sul Sinai il segretario U Thant accondiscese: e fu la Guerra dei Sei Giorni. E il genocidio in Ruanda? Allorché il comandante (belga) dei Caschi blu stanziati a Kigali avvertì Kofi Annan, allora capo delle operazioni di peacekeping - mantenimento della pace! - che gli hutu si preparavano a sterminare i tutsi, come reagì quel bel tomo? Ordinò al contingente di non prendere iniziative, di starsene buono buono «per non compromettere l'imparzialità della missione». Risultato: 800mila morti. Però sempre lui, Kofi Annan, non esitò un istante a incaricare l'onusiano Dato Param Cumaraswamy di accertare, dopo le accuse di Borrelli («Resistere, resistere, resistere»), l'indipendenza del sistema giudiziario italiano. Capito che roba, gentile lettrice?