L’Onu vuol processare Gheddafi all’Aia

Ventitré tra familiari di Gheddafi e dignitari del suo regime: sono i destinatari delle sanzioni che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si appresta a votare. Gli otto figli del raìs (Khamis, Hannibal, Muhammad, Seif el Islam, Seif el Arab, Mutassim, Saadi e Aisha, l’unica femmina), i cugini Sayyed e Ahmed Gadhaf al-Dam (al vertice dei servizi segreti libici), il comandante dell’esercito, il ministro della Difesa e il capo dell’intelligence non potranno varcare i confini della Libia e si vedranno bloccare i loro beni all’estero. Deciso anche un embargo sulla vendita di armi. Provvedimenti che ricalcano quelli presi alcune ore prima con un decreto presidenziale da Barack Obama per conto degli Stati Uniti. Il presidente ha rotto ogni indugio, attaccando frontalmente il dittatore libico chiedendogli per la prima volta in modo diretto ed esplicito di lasciare subito il potere. Un passo - ribadito con forza in una conversazione con la cancelliera tedesca Merkel - che molti in America aspettavano con ansia.
La risoluzione Onu sarebbe già stata votata se non fosse per un punto molto delicato, che riguarda il rinvio di Gheddafi alla Corte Penale Internazionale dell’Aia in quanto responsabile di crimini contro l’umanità nei confronti del suo stesso popolo. Su questo aspetto della risoluzione si sono scontrate le diverse sensibilità degli occidentali e dei cinesi: i primi volevano che la risoluzione decidesse di «riferire sulla situazione in Libia al procuratore della Corte Penale Internazionale», ma Pechino - evidentemente consapevole che la propria condotta nei confronti dei suoi stessi cittadini potrebbe un giorno costarle lo stesso trattamento - insiste per un più generico riferimento a una possibile azione della Corte stessa.
Le dichiarazioni dei leader dei principali Paesi del mondo testimoniavano ieri di una volontà ormai comune di chiudere l’epoca gheddafiana in Libia: per usare le chiare parole del capo della diplomazia tedesca Guido Westerwelle, «Gheddafi non può più restare al potere: una dinastia che dichiara una guerra brutale al suo stesso popolo è finita». Il ministro degli Esteri Franco Frattini si mantiene in contatto con i colleghi delle maggiori potenze mondiali con il fine condiviso di «metter fine al più presto all’orribile violenza cui stiamo assistendo in Libia». Frattini ricorda però che per l’Italia «la Libia resta un Paese importante e di riferimento per l’approccio multilaterale della nostra politica estera che guarda all’Africa non più come un problema, bensì come un’opportunità». Domani il responsabile della Farnesina sarà a Ginevra per la sessione ministeriale del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu e coglierà l’occasione per spiegare la posizione dell’Italia (chiara condanna delle violenze ma giusta preoccupazione per una serie di possibili ricadute di una situazione molto delicata) ai colleghi stranieri, tra cui l’americana Hillary Clinton.
Sul terreno in Libia la situazione resta complessa. I rivoltosi controllano buona parte del Paese e l’ex ministro della Giustizia Mustafa Abdeljalil ha detto di esser pronto a formare un nuovo governo a interim che avrà sede a Bengasi. La posizione di Gheddafi non sembra però così compromessa dal punto di vista militare. Un contrattacco delle forze fedeli al Colonnello sulla città di Misurata sarebbe stato respinto ieri dai ribelli, mentre a Tripoli regna una calma apparente, interrotta da qualche occasionale sparatoria; anche a Sabratha, celebre località archeologica non lontano dal confine tunisino, si è sparato e ci sarebbero stati dei feriti.
In questo contesto il figlio di Gheddafi Seif el Islam ha preso la parola tentando di avviare un negoziato con i ribelli, che rifiutano l’approccio. Il presunto delfino riformista del raìs ha rilasciato diverse interviste a televisioni straniere, nelle quali ha cercato di sdrammatizzare il clima: ha per esempio definito «barzellette» i resoconti sulle migliaia di morti e feriti nella repressione e sui raid aerei contro i manifestanti ostili al regime e ha negato che mercenari africani abbiano partecipato agli scontri. Il figlio del Colonnello asserragliato a Tripoli ha detto chiaramente che «la Cirenaica non può separarsi dal resto della Libia» e ha invitato i rivoltosi ad accordarsi con il governo. Curiosamente però si è contraddetto su un punto fondamentale, quello del rischio di una guerra fratricida in Libia. Parlando dapprima con l’inglese Channel Four ha detto che suo padre «è di buonumore perché non c’è più un rischio di guerra civile», poi con Al-Arabiya ha sostenuto il contrario: «Tutto è possibile: sono visibili i segni di una guerra civile e di interferenze straniere».