L’Opec non apre i rubinetti all’Europa

da Milano

L’hanno chiamato, probabilmente in uno slancio di involontario ottimismo, «Dialogo Ue-Opec». In realtà, quello tra Bruxelles e i Signori del petrolio continua a essere il più classico teatro dell’incomunicabilità, di cui ieri è andata in scena l’ennesima rappresentazione. L’Opec ha così parlato, ripetendo quanto va dicendo ormai da mesi: «Il mercato è ben rifornito, i prezzi alti sono colpa della speculazione e non scenderanno, ma noi non aumenteremo la produzione». Non avendo alcun potere di persuasione e men che meno di moral suasion, l’Unione si è limitata a incassare, salvo timidamente osservare per bocca del commissario all’Energia, Andris Piebalgs, che «non vi è motivo di conservare tetti di produzione».
La decisione presa la scorsa settimana dall’Arabia Saudita di alzare in modo unilaterale l’output di 200mila barili il giorno resterà insomma politicamente significativa all’interno del Cartello, poiché costituisce uno «strappo» rispetto alle idee della maggioranza, ma del tutto irrilevante dal punto di vista dei mercati. Il barile, guarda caso, è tornato ieri a superare i 138 dollari, due dollari in meno rispetto al record di tutti i tempi, per effetto delle tensioni geopolitiche in Nigeria e Iran, dove le minacce di un intervento militare sembrano farsi più concrete. «Sulla geopolitica noi non possiamo intervenire - ha messo le mani avanti il presidente Opec, Chakib Khelil, al termine dell’incontro con i rappresentanti dell’Unione europea -, spetta ad altri farlo, alle autorità politiche».
Con il risalire delle quotazioni, le Borse hanno ripreso a scendere. Nessun movimento scomposto, comunque, sia in Europa (Parigi ha chiuso in calo dello 0,56%, Francoforte dello 0,65%, Londra dello 0,57% e Milano dello 0,81%), sia a Wall Street (-0,29% il Dow Jones, -0,73% il Nasdaq), nonostante il quinto peggior risultato di sempre della fiducia dei consumatori Usa nel mese di giugno. I mercati sono infatti in attesa di conoscere cosa deciderà oggi la Federal Reserve. Il mantenimento dello status quo appare abbastanza certo, ma più che sui tassi il focus sarà concentrato sulle parole del presidente della banca centrale Usa, Ben Bernanke, su ciclo economico (a causa della crisi subprime, si parla di 175mila licenziamenti entro il prossimo anno tra le big della finanza) e rischi di inflazione alimentati proprio dal caro-petrolio.
La tesi dell’Opec è che la genesi di quanto sta avvenendo sul mercato del greggio debba essere rintracciata nell’ondata speculativa formatasi con il virus dei mutui, ovvero a partire dal settembre 2007. Contestualmente, è l’analisi del numero uno del Cartello, si è fatto sentire l’impatto della svalutazione del dollaro e lo spostamento degli hedge fund sulle materie prime, nella ricerca di profitti impossibili da ottenere sui settori di investimento più tradizionali. Il surriscaldamento dei prezzi non è insomma riconducibile a un problema di scarso rifornimento e neppure ai colli di bottiglia della raffinazione provocati da investimenti insufficienti. «In questo settore - ha osservato Khelil - stiamo andando nella giusta direzione, anche se gli alti costi dei materiali per le attrezzature e le installazioni probabilmente porteranno a ritardare alcuni progetti e a cancellarne altri». Un altro fattore importante, per il presidente Opec, è quello dell’insufficienza delle risorse umane. «In questo campo è necessario uno sforzo più grande - ha concluso - perché dopo gli anni 1996-98 molte compagnie, per mancanza di investimenti, hanno perso (o non hanno formato, ndr) risorse umane, e oggi è molto difficile attirare i giovani in quest’attività perché quello del petrolio è un settore inquinante».
Sulla previsione Opec di un barile destinato a restare su alti livelli di prezzo è d’accordo anche il Cges, il Centro di studi globali dell’energia fondato dallo sceicco saudita (ed ex ministro del petrolio dal 1962 all’86) Zaki Yamani, secondo il quale «non si trova ancora un fattore ribassista».