L’opera al femminile del sirenetto rubacuori

A teatri e salotti preferiva solitarie battute di caccia e bevute con i pescatori. Ma il suo debole erano le donne, cui dedicò gran parte della sua opera. Anche se sposò una virago

Il modo più semplice per vederlo era in mezzo al lago sulla sua barchetta vestito da cacciatore, il cappello in capo e il fucile in mano. Ogni tanto sparava a un fagiano che gli passava sopra la testa e scrutava tra i canneti per spiare le starne che spiccavano il volo. Dopo qualche ora tornava a riva, si sistemava i larghi pantaloni alla zuava e entrava nell’Osteria della Torre per bere coi pescatori e coniare i motti di spirito per cui era famoso.
Altrettanto facile era vederlo in frac e cappello di seta. Ma allora bisognava spostarsi a Milano, Parigi, Berlino, nei foyer dei teatri o nei più rinomati salotti europei. Il Nostro aveva infatti una doppia vita. Per mesi faceva il signorotto di campagna sempre in stivali da cavallerizzo, ed era questa la vita che preferiva. Il resto dell’anno, soggiornava nelle grandi capitali circondato dalle attenzioni della migliore società.
Le donne, per le quali aveva un debole, trovavano il Nostro molto attraente e lo circuivano. Un critico berlinese, Alfred Kerr, livido di invidia, lo soprannominò «il Sirenetto». Un altro, viennese, ma egualmente frustrato dai successi galanti dell’italiano, Richard Specht, lo definì «eterno schiavo delle grazie femminili». Alma Mahler, moglie di Gustav, ma musa e amante di diversi altri uomini celebri, disse dall’alto della sua competenza: «È stato uno degli uomini più belli che io abbia visto. Era un Don Giovanni e le donne impazzivano per lui. Ci si può ben immaginare che dopo tante profferte d’amore, avesse nostalgia della donna semplice che aveva lasciato a casa, dove egli, in una pace claustrale, si dedicava unicamente al suo lavoro».
La «donna semplice» era la moglie del Nostro, Elvira Gemignani, e non era affatto semplice. Anzi, era più gelosa di una tigre e gli amici della coppia la chiamavano «il poliziotto». Il loro era stato un grande e scandaloso amore che il tempo aveva ridotto in cenere.
Quando si conobbero, lui aveva 25 anni e lei era la moglie di un suo compagno di scuola, già madre di due figli. La scintilla scoccò durante le lezioni di piano che il Nostro le impartiva. Elvira abbandonò il marito e, con una figlia, raggiunse l’amante a Milano. Lo scandalo fu enorme sia a Lucca, dove la tresca era nata, sia nel capoluogo lombardo dove lui si stava facendo un nome. Ebbero un figlio, Antonio, che non poté essere legittimato poiché nell’Italia di fine ’800 non esistevano né separazione, né divorzio. Dovettero aspettare che lei diventasse vedova per riconoscere il pargolo ormai ventenne e convolare finalmente a nozze. Ma il «finalmente» è improprio. L’amore era in realtà finito da tempo. Il Nostro aveva ormai fama mondiale e Elvira era rimasta una provincialotta. Tuttavia, nonostante le scappatelle («nulla più di uno sport - si giustificava lui - a cui tutti gli uomini dedicano un fuggevole pensiero»), egli ebbe un forte senso della famiglia. Divenuto ricchissimo, circondò la moglie di largo benessere. Avevano una casa sul lago, una fattoria sulle colline di Lucca, una magione all’Abetone, una villa principesca vista mare a Viareggio.
Il tran tran aveva preso una piega accettabile, finché Elvira la fece grossa. Il Nostro aveva acquistato nel 1901 un’automobile, La Buire 24 PS, un’assoluta rarità per i tempi. Uscì a una curva e si fratturò una gamba. Per accudirlo, gli misero accanto una domestica ventunenne, Doria Manfredi. Elvira, presa da un raptus di gelosia, accusò i due di essere amanti. Disse di averli colti in flagrante e condusse una martellante campagna diffamatoria. Tanto fu ossessiva che il Nostro pensò al suicidio. Lui desistette, ma la piccola Doria si avvelenò. L’autopsia stabilì che la ragazza era vergine. La montatura della moglie venne allo scoperto e i Manfredi la querelarono. Elvira fu condannata a cinque mesi per diffamazione e a un forte risarcimento. Il marito riuscì poi a appianare la cosa ma ci vollero anni perché si riconciliasse con la virago.
Le donne ebbero un tale rilievo nella vita del Nostro che dette alle sue opere quasi sempre il nome dalla protagonista. L’ultima, tratta da una novella di Gaspare Gozzi, fiabesco autore veneziano del ’700, è la storia di un’algida principessa cinese che pone ai suoi pretendenti tre quesiti col patto che, alla mancata risposta, sarebbero stati decapitati. Ma prima di terminare il lavoro il Nostro morì. Aveva 66 anni.
L’esecuzione dell’incompiuta fu affidata a Arturo Toscanini che, giunto all’interruzione, posò la bacchetta e rivolto al pubblico disse: «A questo punto, la morte fu più forte dell’arte di...».
Chi era?