L’operaio escluso dal Parlamento: «Boccuzzi? Tifava per Forza Italia»

da Milano
Potrebbe essere l’unico nipote di Lazzaro, il cui zio risorge negandogli l’eredità come in un episodio di Fantozzi; potrebbe essere quello che fa tredici ma si accorge di non aver giocato la schedina. Ciro Argentino, l’operaio della Thyssenkrupp delegato sindacale Fiom e capolista della Sinistra arcobaleno a Torino si trova così: sconfitto a un passo dalla svolta.
Dica la verità, non se l’aspettava di essere «trombato», vero?
«Le dico di più. La mia elezione non era quasi certa. Era sicura. Dicevo che se non fossimo stati eletti saremmo dovuti scappare in Francia. Passerò alla storia. Come Bertinotti, responsabile di questo nuovo Aventino. Il peggior nemico è sempre in casa».
Un sogno interrotto?
«Di sogni non ce n’erano, ho vissuto l’esperienza con disincanto. La classe operaia comincia a giocare quando il gioco si fa duro».
Ed effettivamente per la Sinistra si mette maluccio...
«Grazie al “volemose bene” di Veltroni, il Paese è finito alla destra. Grazie a Bertinotti - viscerale anticomunista - la sinistra è morta. Diliberto l’aveva capito... ».
E infatti le ha ceduto il posto.
«Sì, ma lo ha fatto perché non si vergogna di essere comunista e di candidare comunisti. Come me».
Comunisti che però sono stati accusati di aver strumentalizzato la tragedia Thyssen...
«Ai parenti non mi permetto di rispondere, perché hanno le loro ragioni per essere caustici. Agli altri - come il segretario Fiom Giorgio Airaudo che mette zizzania solo perché si era illuso di poter essere candidato - rispondo come gli arditi originali, quelli anarchici: “Me ne frego”. Lavoro in fonderia, ho la corazza al titanio».
Dunque la sua non è una candidatura simbolica?
«Certo, ma è un simbolo sincero. Io faccio politica da quando avevo 15 anni. Sono stato tra i fondatori di Rifondazione a Torino, sono dirigente del Pdci, sono stato il delegato sindacale più votato e scomodo. Il mio nome è strumentale all’1%, quello di Boccuzzi al 99».
Paradossale: per i colleghi Boccuzzi era buono per birre, bar e biliardino e va a Roma. Lei fa politica da vent’anni e sta a casa.
«È paradigmatico. La società va così, non contano i valori e le liste si fanno con criteri di marketing. Così il Pd candida Boccuzzi che - ora posso dirlo - era da sempre vicino a Forza Italia».
Davvero non aveva preso già casa nella capitale? Niente macchine nuove, vita nuova?
«Non scherziamo. Alcuni compagni mi avevano consigliato delle sistemazioni a Roma, ma non ho avuto tempo. Sono stato a Gela, a Dalmine, a Molfetta. E mentre altri presenziavano ai comizi, io continuavo a trattare per migliorare l’accordo sulla chiusura della Thyssen. Che oggi mi tocca».
Già, senza seggio ora cosa farà?
«Cercherò lavoro. Sono in cassa integrazione per due anni. Sono operaio figlio di operai, mica sindacalista. Non ho mai avuto il posto sicuro. E non ce l’ho neppure ora che continuo a incontrare gli operai ogni lunedì alla bocciofila, che mi costituisco parte civile al processo per il rogo. Non mi aspettavo di spiccare alcun salto».
Non è un po’ la volpe con l’uva?
«No, io faccio politica. Ma il carrierismo e il cadreghismo non mi interessano. Sono un comunista reattivo, non depressivo. Ma questo l’aveva già capito, vero?».