«L’operazione è ok, ma c’è il rischio oligopolio»

I risvolti politici: «Non si allarga il fronte vicino al centrosinistra perché Profumo pensa solo ai suoi azionisti»

da Roma

Onorevole La Malfa, che cosa pensa della fusione tra Unicredit e Capitalia?
«Le operazioni di fusione tra banche sono nel loro insieme un fatto positivo perché accrescono l’efficienza del sistema bancario italiano che, rispetto a quello europeo, è sempre stato molto piccolo. Il rischio, tuttavia, è il determinarsi di un potere oligopolistico con due o tre gruppi che possono fare bello e cattivo tempo. Vorrei che i buoni bilanci nascessero dalle economie di scala e non dal potere di mercato».
Le grandi concentrazioni aumentano la concorrenza?
«Su questo punto il mio giudizio è sospeso. Il punto interrogativo sono le autorità di vigilanza che devono tutelare il consumatore. C’è poi un altro dato: in un’Italia che è fatta di piccole e medie imprese, c’è il rischio che le banche non vogliano perdere tempo con questi soggetti».
Le Authority, nella fattispecie Bankitalia e Antitrust, sono cambiate nel dopo-Fazio?
«Probabilmente si può dire che Draghi ha dato un maggiore impulso. Ho l’impressione che in quest’ultima fusione il governatore abbia messo la sua impronta. È un’innovazione rispetto al tempo di Fazio, che era stato prudente. Per il resto, non ho visto novità tali che mi consentano di dire che ci sia una vigilanza esercitata in maniera diversa».
C’è anche un risvolto politico: si allarga il fronte bancario vicino al centrosinistra.
«È impressionante e del tutto ingiustificato che i banchieri sostengano uno schieramento che non sa dove stia di casa il mercato. Ma c’è una differenza tra Bazoli e Profumo. Il primo ha una visione politica, ha una vicinanza marcata con il potere politico attuale. Bazoli ha un rapporto bilaterale con Prodi. Profumo no. “Noi siamo una banca che guarda all’interesse generale”, hanno detto più volte Bazoli e Passera. Profumo, invece, ha ripetuto che bada a far soldi per i suoi azionisti. Una è una visione di mercato e l’altra è politica».
E bisogna tenere conto di Mps, da sempre nell’orbita diessina.
«Mps è una realtà che avrà un problema serio di crescita che sarà molto complicato risolvere vista la sua propensione politica e localista».
Comunque sia, le principali banche hanno un portafoglio partecipazioni che in molti casi ha più a che fare con l’industria che con la finanza.
«I guai del capitalismo italiano sono figli della banca universale che vincola troppo gli istituti alle imprese industriali. Il nanismo delle aziende italiane è dovuto alla crisi delle tre Bin che ha determinato la nascita dell’Iri e della grande impresa di Stato».
Il prossimo passo è la salvaguardia degli equilibri del «salotto buono» di Mediobanca.
«Preferivo un modello nel quale Mediobanca rimanesse del tutto sganciata dalle banche di credito ordinario e si allargasse la platea dell’azionariato alle popolari. Era un progetto dei tempi di Maranghi, può darsi che si realizzi adesso. Mi auguro che il controllo di Mediobanca rimanga saldamente in mani italiane, soprattutto per Generali. Ma credo che Profumo e Geronzi abbiano in materia delle idee condivisibili e chiare».
Anche qui potrebbe tornare in gioco Intesa-Sanpaolo.
«Hanno detto che non interessa. Spero che Intesa stia fuori, altrimenti Mediobanca diventerebbe espressione dell’intero sistema bancario. Dopo la riforma bancaria del ’93 gli azionisti di Mediobanca sono in conflitto di interessi con lei (potendo svolgere attività di merchant banking, ndr). Spero che in qualche modo se ne venga fuori. Mediobanca è un bene prezioso e mi pare che Unicredit e Capitalia siano molto attente».
È un bene o un male che il centrodestra rimanga fuori da questi giochi quando in Francia Sarkozy è attento a Société Générale?
«Secondo me, Berlusconi avrebbe dovuto seguire più a fondo quello che accadeva. Quando ero presidente della commissione Finanze gli avevo detto di stare attento, ma lui, per non essere accusato di un conflitto di interesse, non se n’è voluto occupare».