L’OPERETTA DELL’«OPERA»

di Edoardo Chiossone

Preg.mo Dottore, nell’edizione de «Il Giornale» del 16 c.m. ho appreso della grande preoccupazione per la sorte del nostro «Carlo Felice».
In un battibaleno mi sono comparse davanti agli occhi le immagini che hanno fatto la storia del nostro teatro lirico/sinfonico dagli anni del totale disastro (1942/43 e 44) e il lungo, tribolato periodo che ha portato alla ricostruzione definitiva e relativa inaugurazione (1992).
Iniziai a «collaborare» col teatro nella stagione di primavera del lontano 1944. Come molti ricorderanno dopo gli attacchi aerei del ’42/’43 il teatro aveva dovuto rinunciare a svolgere, solo in parte la normale attività: nel 1942 perse il palcoscenico per poi (1943 - 8 agosto) perdere l’intero teatro sotto le bombe ma, soprattutto quelle incendiarie, che distrussero tutto. Rimasero soltanto il «foyer» e la direzione che faceva parte del «foyer» stesso.
La stagione del ’44 iniziò in primavera trasferendo l’attività al Teatro «Augustus» di corso Buenos Ayres. La tipografia ove lavoravo («Buona Stampa» largo Roma), era stata interpellata per la stampa dei manifesti stradali per comunicare agli interessati le opere in programma. Erano nel formato 50x70 stampato a due colori. Il contorno era un disegno che realizzavo con un cliché di cartone cuoio inciso a mano. Ogni opera cambiava colore del disegno. Il sovrintendente di allora, il «fascista» on.le Marchi mi prese in simpatia e per un paio di volte mi invitò agli spettacoli pomeridiani della Domenica. E così mi avvicinai all’Opera per la prima volta nella vita. La prima fu «Manon» di Massenet. L’interpretazione della protagonista - il soprano Mafalda Favero - mi colpì fortemente. Ritornai la settimana appresso per la «Bohème» pucciniana. Altra grandissima interpretazione della Favero.
L’anno successivo si decise di trasferire l’attività al Teatro «Grattacielo» che dava maggiori garanzie sotto il profilo della sicurezza. Il teatro era nei fondi dell’omonimo edificio. Nel contempo nella terribile incursione del 4 settembre ’44 andò distrutto il resto del teatro compreso parte del foyer e la direzione. La direzione finì nella salita che fiancheggia il teatro che, non era altro, che l’abitazione del custode del teatro. Fu spostata soltanto negli anni ’60 in via XX Settembre 33 dopo che gli spettacoli del Teatro vennero programmati al Teatro «Margherita».
Occorre anche fornire altre importanti informazioni. Prima fra tutte che la sovrintendenza alla fine del ’44 passò al maestro Botti. In quel periodo la «politica» non riuscì mai a partecipare agli avvenimenti «culturali». Tra le altre cose, il maestro botti, scoprì il salone di Palazzo Ducale dove organizzò degli straordinari concerti lirico-sinfonici con la partecipazione di maestri e cantanti di grande qualità. Pensiamo che, il maestro Botti, nel dopoguerra fu inviato come Sovrintendente nella «rossa» Bologna. A Genova, invece, alla fine delle ostilità, la denominazione «Carlo Felice» fu messa subito in cantina assumendo quella di «Teatro Comunale dell’Opera». Ha ripreso soltanto la denominazione «Carlo Felice» dall’inaugurazione del nuovo Teatro nel 1992. Anche la strada dedicata a «Carlo Felice» era stata cambiata in via della Repubblica per poi cambiare ancora in via «25 Aprile».
La stagione di primavera del 1945 fu interrotta nel periodo della Liberazione (23/28 Aprile) per riprendere subito dopo sotto l’egida della 7ª Armata Americana. Nell’occasione scoprii Tagliavini che con grande grazia interpretò un bel «Barbiere di Siviglia».
Al teatro cosa accadde? Tolto il «fascista» Botti si formò un triunvirato (cosa molto cara ai «sinistri»). Un rappresentante dell’orchestra, uno del coro e uno per la parte amministrativa. Il tutto durò poco. La professoressa Celeste Gandolfi vedova Lanfranco, alle origini rappresentante dell’orchestra, dati i suoi trascorsi alla cattedra di Arpa al Conservatorio di Milano ma, soprattutto vedova dell’avvocato Lanfranco morto in un campo di sterminio. Il largo Roma è tutt’ora intitolato all’avvocato Lanfranco. La signora Lanfranco ebbe buon gioco ed in breve tempo assunse la carica di Sovrintendente. E poi - come già detto - era una Gandolfi. Il padre era un’imprenditore del porto di Genova. In sostanza accomunava le grandi doti di musicista alla grande capacità di direzione «in economia» del Teatro genovese.
Non esistevano difficoltà che lei non sapesse superare. Con estrema caparbietà affrontava tutti i problemi, che non erano pochi, dati gli scarsi mezzi a disposizione. Ricordo benissimo come si svolgevano le cose sin all’inizio della giornata. Alle 7.15 mi telefonava in stabilimento per controllare tutto quello che avveniva nella giornata e, soprattutto, tenere tutto sotto controllo. Va pure detto che l’attività ormai comprendeva quasi l’intero anno. Si partiva con i concerti nel periodo autunnale. Faceva seguito la stagione lirica che si svolgeva sempre in primavera. D’estate era riuscita a fagocitare anche l’organizzazione dei Balletti in quel di Nervi. Un mese di riposo per riprendere l’attività con la stampa degli abbonamenti per i concerti autunnali e poi alla via così.
Va pure detto che verso la fine degli anni ’40 riuscì a convincere il Comune a riaprire quelle che non erano altro che «macerie» con lavori che portarono il vecchio Carlo Felice ad assumere le sembianze di un «baraccone» con intorno i muri sbrecciati ove si trovavano i palchi. Ma in questa specie di Teatro - sempre però con la straordinaria ampiezza del palcoscenico - i genovesi hanno assistito a grandi spettacoli. Vorrei ricordare una «cinematografica» Carmen di Bizet con scene e costumi di un giovane Zeffirelli. Ci fu poi la presenza di una straordinaria Lucia di Lammermoor con un trio di cantanti di grandissima fama: Maria Callas, Di Stefano e Battistini. Venne allo spettacolo il Sovrintendente della «Scala» che scritturò l’intera compagnia per rappresentare nel suo teatro lo spettacolo che sarebbe andato in scena dopo un paio di stagioni. E poi cosa dire di «Tosca» con una «snellita» Callas, e i grandi Raimondi e Gobbi. È indubbio che il dimagrimento portò ad un naturale abbassamento del volume e fu giocoforza tener testa ad uno strapotente Scarpia interpretato da un grande Gobbi.
Negli anni ’60 altro spostamento. Si passa armi e bagagli al «Margherita» di via XX Settembre. In questo teatro trionfò Mario Del Monaco in «Andrea Chenier». Era claudicante in seguito ad un grave incidente di macchina, ma la grande voce... era comunque inimitabile. Si pensi che nel mondo non si riusciva più a programmare l’«Otello» se non potevi disporre di Del Monaco. Il tutto durò fino alla Stagione 1973. La politica ormai era venuta alla «ribalta». E così si è passati da una persona che oltre alla grande capacità direttiva aveva assunto una notevole esperienza, nei quasi trent’anni di direzione, ad un... scusatemi se sorrido, Direttore dell’«Enalotto» di Genova. Parlare di decisione scandalosa forse è riduttivo, ma «vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare
».
Altro ricordo che si può inserire tranquillamente nel reparto «sperperi inutili» è quello che riguarda gli addetti ai cosiddetti lavori.
Dunque fino agli anni ’60 lo staff che componeva la Direzione del Teatro era così composto: la Sovrintendente e il signor Vassalli che fungeva come Vice e, tra l’altro, aveva un contratto con il Teatro per la fornitura delle «Luci». In Segreteria c’era Renzo Bidone, noto giornalista sportivo sulle pagine di un paio di giornali. Con lui il professor Frassoni che da grandissimo conoscitore e storico musicale preparava tutti i testi per i libretti relativi sia alle opere che ai concerti. Per la parte amministrativa il ragionier Pietrasanta con un’impiegata che dopo poco tempo ne divenne la moglie.
Tutto qui. Con il trasferimento al Margherita si aggiunsero due o tre altri personaggi per altri incarichi. La dottoressa Rapallo, mi pare, si interessava di P.R. Gli altri non ricordo. Oggi con il nuovo teatro non ho la più pallida idea di quanto siano i collaboratori, dipendenti, funzionari ecc. ecc. Altro argomento. La signora Lanfranco in occasione della sua uscita - in una conversazione amichevole - mi disse con un certo orgoglio «sa Chiossone io lascio il Teatro con un passivo di 38 milioni!». Pensiamoci su un momento: oggi sarebbero qualcosa come 20.000 euro!!».
Povera donna. Sono certo che oggi si rivolterebbe nella tomba se conoscesse i «buchi» astronomici negli attuali bilanci. E pensare che oggi non esistono su quel palco interpreti che valgono le varie Callas, Favero o i vari Bechi, Raimondi, Del Monaco, Gobbi ecc. ecc.
Ultima cosa che ho sullo stomaco da almeno 30 anni. Quando si doveva ricostruire il nuovo «Carlo Felice», al teatro «Margherita» fu presentato il progetto. Come era logico aspettarselo venne presentato un Teatro ad Auditorium con una divertente immagine di una piazzetta genovese. Ma dove era finita la tradizione? Per fortuna sono pochi gli esempi di tali soluzioni. Il primo è stato in assoluto - ritengo - il Regio di Torino. Era andato distrutto ed è stato ricostruito in fretta e furia a mo’ di Auditorium. Risultato: vorrei porre una sola domanda a coloro che si interessano di Teatro. La risposta è che il Teatro di Torino non figura ormai in nessuna cronaca sia per gli spettacoli che per i concerti. Fortunatamente presto ci si è resi conto che la tradizione è una cosa incontrovertibile e che tutti cercano di rispettarla. Vedi Venezia, il Petruzzelli ed altri. Sono stati ricostruiti con i progetti dell’epoca. Come erano! La città storica di Dresda è andata completamente distrutta a febbraio del 1945. Con il reinserimento nella Germania ovest (inizio anni ’90) sono trascorsi quasi vent’anni, ma è già a buon punto la sua totale ricostruzione: com’era.
Viene da pensare che con dirigenti locali, offuscati da una politica ove il sentimento, l’arte e soprattutto la tradizione sono semplicemente degli optional. Ma spero sempre che presto le cose cambino. Che si vedano sempre più spesso spettacoli ed opere di grande tradizione. Basta con quel tipo di cultura che ha invaso il mondo dalla rivoluzione Russa in poi. Basta. Non ne possiamo proprio più.