l’opinione del poeta

Pur essendo da sempre appassionato di jazz e dell’opera di Wagner, non ho mai disdegnato ascoltare canzoni di musica leggera. Senza sopravvalutarne il senso culturale, ma amandole come colonna sonora che accompagna il film delle nostre esistenze. Polemizzai tanti anni fa con un immusonito Gino Paoli: le canzoni accompagnano, costeggiano l’esistenza, gli dissi, la poesia va nel profondo, cerca l’essenza della vita stessa. Non ho mai creduto nella «poesia» dei cantautori. Quando sono bravi, e Paoli, Paolo Conte, Tenco, Lauzi per esempio lo sono, è la musica che potenzia la loro espressività. Parole per parole, continuo a preferire Montale a De André, sarò all’antica. Trovo più vicino alla poesia il rap con la sua ossessione metrica, soprattutto quello estremo, che è prevalentemente americano o anche francese. Jovanotti mi sembra un po’ edulcorato. In definitiva, la canzone che amo deve toccare un tasto particolare, memoria, desiderio, eros, malinconia, gioco, gioia, nel mio patrimonio di esperienza. Ed è così che ascolto sempre volentieri Riccardo Cocciante, che mi colpì dal tempo di canzoni come Cervo a primavera o Sulla terra io e lei. E ascolto sempre con un grande, partecipato divertimento vitale Adriano Celentano. Erano gli anni Sessanta, studiavo alla Statale di Milano, e ricordo ancora il giorno che un cameriere del collegio dove abitavo, un ragazzino dall'aria dolcissima e affamata, sopravvalutando il raggio d'azione di uno studente universitario, mi chiese se potevo farglielo conoscere di persona. Era fortissimo, Celentano, e lo è rimasto, da Il ragazzo della via Gluck sino a L’emozione non ha voce.
Poi riascolto spesso un grande dimenticato, Umberto Bindi (nella foto, ndr). Arrivederci e Il nostro concerto sono momenti di vera musica, innanzi tutto, e contengono in sé micro-racconti apprezzabili e sinceri più di certa letteratura, si fa per dire, che oggi impera.