L’opposizione ha un leader senza popolo

Gianni Baget Bozzo

La legge elettorale diventa realtà: lo è divenuta solo per la volontà della maggioranza? L’opposizione aveva annunciato, per bocca di Prodi e di D’Alema, una lotta senza quartiere all’abolizione del maggioritario. In realtà il contrasto dell’opposizione è stato moderato, le scomuniche di Prodi non sono state seguite dai partiti che non hanno fatto della riforma la figura di un colpo di Stato, come ha fatto Prodi, facendo pressioni sul presidente della Repubblica. Se Casini ha iniziato una operazione così rischiosa, era perché sapeva di avere i fianchi coperti anche all’interno dell’opposizione.
La tregenda bancaria che è cominciata dopo dice bene quali sono i rapporti interni alla coalizione di sinistra e il conflitto radicale che oppone Ds e Margherita.
Con il maggioritario, i Ds, che sono l’unica grande forma organizzata del Paese, erano detentori del potere di coalizione: solo quelli che essi ammettevano all’interno della loro alleanza avevano la possibilità di avere dai Ds figura politica e ottenere una identità che si fondava sull’alleanza. Ma anche i Ds temevano al contrario di essere legati alla persona di Prodi, di pagare con una leadership, ad essi estranea ma da essi creata, il prezzo della loro iniziativa politica. È la divisione della coalizione di sinistra che ha reso possibile cambiare la legge elettorale in corso d’opera: ciò significa che il partito dell’Ulivo e l’Unione non sono vere alleanze politiche, sono soltanto cartelle elettorali. Questo evidentemente rende possibile il formarsi di maggioranze diverse da quelle con cui la sinistra si presenta alle elezioni. Inoltre l’estrema sinistra ha oggi i benefici della motivazione ideale e culturale, mentre il Ds non ha più alcuna base teorica pur essendo unito dalla memoria di una militanza ideologica. Difficilmente i Ds potrebbero reggere uniti a una frattura con Rifondazione e la componente di sinistra dell’opposizione. Per questo ciascuna forza del centrosinistra ha voluto tenersi le mani libere e ha lasciato correre una riforma elettorale che negava tutto lo sforzo compiuto dal Ds negli anni ’90 per ottenere, con il maggioritario, la chiave del potere di coalizione. I Ds hanno capito che il loro potere di coalizione li obbligava a cedere posti e potere alle altre forze politiche e diventava un limite anzi che un vantaggio. È singolare che la comparsa del partito democratico sia venuta contestualmente all’emergere della questione morale lanciata dalla Margherita contro i Ds. Era la pressione a dover rinnegare addirittura quel modesto residuo ideologico che era la qualifica socialdemocratica. Fassino ha ottenuto l’accordo della coalizione cedendo su tutti i punti rilevanti, tutto subordinando alla logica del cartello elettorale e sacrificando completamente quella dell’alleanza politica. Accettare di eliminare la memoria della sinistra nel simbolo del partito per ricorrere a una definizione politica di tipo americano, indica che i Ds non hanno altra via che quella di pagare a prezzi della loro identità politica, che è la loro forza, l’inclusione nel cartello elettorale.
Ed è per questo che il dramma bancario si è concentrato sulla maggior figura politica dei Ds cioè Massimo D’Alema, colui che ha espresso e guidato l’operazione politica di trasformare il Pci nel Ds, mentre Occhetto stava facendone, all’inizio, un partito radicale di massa. D’Alema è la personalità che ha costituito nel nuovo partito l’unità del gruppo dirigente comunista. È il simbolo dell’identità. Fassino è soltanto un bravo organizzatore, ma di un cartello elettorale non di una forza politica. Il centrosinistra ha un leader che non ha popolo e ha dei popoli senza leader.
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