È l’ora degli uomini di polso Tutti a spasso con il borsello

Credevamo di averlo seminato per strada, piantato all’angolo come il nonno che arranca con il bastone, inghiottito per anni dall'oblio delle folle volubili. Invece eccolo di nuovo qui appiccicato, asfissiante, inevitabile, dove vai tu, lui è con te, padrone delle cose che hai. È appena uscito da un antico insediamento cavernicolo travestito da ragazzino, e, non si sa come, è più fresco e più giovane di te. Era il simbolo della quotidianità banal trash, il fratello maggiore delle calze bianche corte con cui usciva spesso accompagnato, era una botta di lugubre romanticismo. Adesso è il nuovo che avanza, il vintage che va di moda, il chic che fa più più chic, il compagno di viaggio ideale nell'era del telefonino, del palmare, del pocket-book.
Il nonno è tornato e un po’ dovevamo aspettarcelo. Ce lo ricordavamo cafone abbastanza da meritare il successo, l’aria fuori dal mondo, sempre in giro in tinta unita, preferibilmente in pelle, marrone, liso. Venticinque centimetri per ventuno, completo di tracolla, custodia, due scomparti con tascone e cerniera, ma mai abbastanza capiente per metterci tutto, caramelle, sigarette, penne, fazzoletti, la radiolina per Tutto il calcio, echissà che altre porcherie che non si possono dire. I più previdenti, come il ragionier Filini per esempio, ci mettevano anche il lucchetto perché non si sa mai, con tutta la brutta gente che gira, ieri come oggi. Ti demoliva peggio che Ballando con le stelle, un paio di giornate insieme e ti faceva venire la tendinite, ti slogava una spalla, non sapevi mai come portarlo in giro, a volte come una baguette, sotto l’ascella, più spesso tutto che pendevi da una parte come il gobbo di Notre Dame, così dimesso e provinciale che potevi sdrammatizzarlo solo se ti vestivi da Scaramacai. E lui ricambiava la cortesia: bastava metterlo a tracolla e lui ti faceva un po’ avanzo di balera, un po’ playboy di riviera, meglio se con la patacca d’oro a ciondolare sulla camicia spalancata. Certo, poi c’era l’altra versione, più bastarda ancora, con la cinghietta laterale piatta come quelle delle racchette da sci, girava intorno al polso come sulla ruota del Luna Park, meno fanfarona ci andavano pazzi preti e sindacalisti. In ogni caso il borsello lo amavi. Al punto da dimenticartelo al ristorante, in spiaggia o nel primo bagno in cui ti infilavi. E non riuscivi mai a capire come mai non te ne accorgevi subito.
Invece nonno è sopravvissuto. E adesso si nasconde sotto i giacconi dei ragazzini, si muove a penzoloni dalla spalla di modaioli e alternativi, senza darlo troppo a vedere, piace alla gente che piace, stilisti compresi, che lo hanno mascherato bene per farlo sembrare un altro, di coccodrillo o con le frange in pelo, ma anche in microfibra e poliestere, con chiusure con velcro e zip, nero, ma anche colorato come un arcobaleno. Ora si fa chiamare monospalla e non si vergogna più di niente, è piccolo, discreto, schiacciato, morbido.Ci metti il note-book, il telefonino, le chiavi della moto, gli occhiali. E a volte costa pure un occhio.
Pensare che ha già più di quarant’anni. Si chiamava Tric-Trac, non era cattivo, ma Giovanni Fontana, che aveva la pelletteria in piazza San Babila a Milano, lo aveva disegnato così, perché i tempi erano strani, non si poteva più portare la cravatta sennò le femministe ti ci strozzavano, i jeans erano così attillati che non ci entravano nemmeno le mani, comandava l’unisex, se non vestivi come una donna eri tagliato fuori. Piacque subito, c’era la coda fuori dai negozi, 20mila pezzi venduti in un amen, per comprarlo bisognava prenotarsi. Ma non fatevi ingannare da quell’aria così femminile: per portare il borsello bisogna essere uomini di polso....