L’ora del giro di boa

Posso dire con una certa soddisfazione e con una certa sorpresa che abbiamo avuto ragione noi quattro gatti che sul rifinanziamento dell’Afghanistan abbiamo detto di no. Io l’ho fatto apertamente martedì scorso in Commissione Difesa, dove Alfredo Biondi e Gustavo Selva hanno scelto invece il non voto, mentre i dirigenti del partito ci guardavano con il sopracciglio levato. Abbiamo avuto ragione, a quanto pare, e adesso è prevalsa la decisione nella giornata campale di oggi di astenerci, tutti meno l’Udc, sempre che non ci siano cambi di posizione anche in quel partito. E poi un’altra soddisfazione: Silvio Berlusconi ha dichiarato apertamente di non puntare a un eventuale governo di larghe intese, ma di volere le elezioni generali e di non escludere una nuova grande e pacifica manifestazione che mostri qual è l’umore, lo spirito, la volontà dei votanti della Casa delle libertà. E questo è il terzo fattore di piacere: i cittadini hanno seguitato ad amare la vecchia CdL senza sentirla affatto morta e meno che mai sepolta.
C’è voglia di un grande partito unico e tanto per andare per le spicce, nessuno nel grande popolo liberale ha dubbi sul fatto che la leadership sia come il coraggio del Manzoni: ce l’ha chi ce l’ha, e non la si può volere per forza.
Dall’altra parte dello schieramento c’è allarme, scoramento, rabbia per le divisioni interne, frustrazione e la consapevolezza del fatto che la maggioranza del popolo italiano oggi è per la CdL, la quale avrebbe del resto già stravinto al Senato con 600mila voti di vantaggio, se Ciampi non avesse imposto il recupero dei resti su base regionale anziché nazionale. E, va aggiunto, se la CdL fosse stata meno rissosa e sciocca da non dividersi sui collegi all’estero, dove ha preso una valanga di voti in più, disperdendoli, e lasciando alla sinistra perdente l’acchiappo dei senatori in palio.
Quanti errori, quante sciocchezze, quante follie e quante follinate hanno rovinato e fiaccato il quinquennio di governo berlusconiano, e hanno poi reso impossibile la naturale vittoria, e questo senza mettere in campo i sospetti di brogli e fra cui la riscrittura delle schede bianche.
Adesso siamo a un giro di boa importante. Così come stanno le cose, il governo dovrebbe farcela ancora con i numeri, ma massacrandosi politicamente. C’è sempre la possibilità che un colpo di reni dell’orgoglio di chi non vuole la presenza militare in Afghanistan e una presa di coscienza del partito di Casini possano far saltare il governo. È un sogno proibito, ma non troppo. Se Prodi non avesse la maggioranza politica, Napolitano sarebbe obbligato dalla sua coscienza a far seguire alle parole i fatti. E i fatti non potrebbero essere più un reincarico a Prodi, ma neanche a un altro leader del centro sinistra, perché è la maggioranza parlamentare che è malata, sono i numeri che mancano, è l’omogeneità della coalizione che non c’è. Ancora oggi, e di nuovo, la sinistra si tiene in pezzi con la sola colla che conosce: l’avversione e spesso l’odio per Berlusconi. Il loro grido «Volete ridare l’Italia a Berlusconi?» è anche una confessione disperata: sappiamo bene che se si andasse a votare l’Italia sarebbe di Berlusconi, ed è per questo che non si deve andare a votare a nessun costo.
E i nostri soldati in Afghanistan? Se per caso e per fortuna il decreto non passasse e il governo dovesse quindi cadere (non riusciamo a immaginare l’eventualità che il governo resti in piedi senza maggioranza politica), allora bisognerebbe far subito un nuovo decreto per coprire la spesa delle missioni militari, o semplicemente attendere un nuovo governo per una nuova legge. Si tratta di meccanismi, di artifici, nessuno si farebbe male, come invece si farebbe se questo governo restasse in carica lasciando i nostri militari nell’impossibilità di difendersi quando sono sotto attacco, e anche nell’impossibilità di attaccare se e quando il comando della Nato decidesse di sferrare un’offensiva contro le brigate internazionali del terrorismo, che chiamiamo talebani.
Soltanto un tale epilogo potrebbe permettere inoltre di riparare alla svelta il vulnus sofferto dall’onore italiano sul campo, dopo il tradimento del governo italiano di Prodi che si rifiuta di combattere con le armi il terrorismo internazionale, e che al tempo stesso impone la liberazione dei terroristi internazionali arrestati.
Quella di oggi sarà una giornata lunga, piena di sorprese, dura e animata dalla speranza. Noi, lo ripetiamo ancora una volta, abbiamo sempre saputo quel che i nostri lettori e i nostri elettori vogliono e lo abbiamo rappresentato nel Parlamento della Repubblica. Questo ha da essere lo stile della politica della rivoluzione liberale che vogliamo, onesta, trasparente, con un Parlamento in cui il popolo finalmente si riconosca.
Paolo Guzzanti
www.paologuzzanti.it