È l’ora della nuova Inter Leonardo scatena la rivoluzione silenziosa

nostro inviato a Appiano G.

C’è Pazzini contro Borriello. I due centravanti della nostra nazionale. Ohi, gente, stiamo parlando di Inter e di nazionale italiana. Ovvero di Inter (nazionalizzata). Se questa non è una novità da far stropicciare gli occhi? C’è Milito in panchina. Si, quello che Mourinho voleva al Real (lo ha garantito l’ex San Diego) e oggi non è più così indispensabile neppure all’Internazionale. Perfino Leonardo ha ammesso qualcosa. «La stagione di Diego è stata molto travagliata, con infortuni uno dietro l’altro. Non è facile, ti taglia il ritmo». Per il vero gli ha tagliato soprattutto il piede da gol.
Non ci sarà Chivu per i noti fatti. E forse l’Inter si deciderà a cercare un terzino vero e non uno inventato nel ruolo. Vero che il rumeno non gradisce affrontare la Roma (sua ex squadra), ma è difficile pensare che i nervi tesi gli abbiano scatenato l’istinto da pugile. Chivu gioca a nervi tesi da tutta la stagione. Forse sente che è l’ora. Sì, l’ora delle nuova Inter, non solo quella delle facce nuove.
La rivoluzione silenziosa di Leonardo sta prendendo forma: tutti a coccolarselo come un ciccio bello, e lui comincia a ridisegnare una squadra che possa guardare il futuro, più del passato. Moratti non aspettava altro: spendere 32 milioni e comprare giocatori per un allenatore che gli piaceva, alla faccia di quel «giardiniere» (a qualche giocatore la definizione sarà nota) di Rafa Benitez. E niente di meglio della Roma per tastare e testare la squadra nuova formula, ovvero due attaccanti e un trequartista. Leonardo ha tentato di far passare tutto nella normalità, zigzagando tra passato e presente. «Gli attaccanti mi piacciono tanto, ma la questione non dipende dal numero di punte, non è questo che rende una squadra più o meno offensiva. Sono i centrocampisti a rendere una squadra più offensiva. Ma anche l’anno scorso l’Inter giocava con tre attaccanti». Vero, ma non troppo: diverso avere un trio Pandev, Eto’o e Milito ed uno con Eto’o, Milito e Pazzini. Più difficile far gioco con la seconda terna. Da una parte sacrificavi Pandev: poco male. Con gli altri è un peccato metterne uno in difficoltà.
Ecco perché la Roma è il test che vale più di una stagione: vale per la classifica e per modellare l’Inter del futuro. Leo bada al presente: «Questa è una partita che dirà qualcosa per il campionato». Ricorda soddisfatto la sua striscia vincente sulla panca nerazzurra: 7 successi in 9 incontri. Ammette che i nuovi acquisti hanno cambiato la squadra. «Sono serviti eccome: per vincere ora e per il futuro». L’ammissione è sotto traccia, ma conta. Meglio evitarsi polemiche su arbitri e affini («Discussioni che non hanno mai fine»), ricordare che «l’Inter non è un convento» (muso lungo di Eto’o dopo la sostituzione) e puntare al cuore del problema. La Roma è l’avversaria che ha scandito passo e speranze nerazzurre in questi anni, tra coppa Italia, campionato e Supercoppa. Ha tenuto l’Inter con il fiato sospeso e, guarda caso, proprio nel febbraio dell’anno passato la squadra cominciò l’ascesa verso la Champions, ma la discesa in campionato: tra pareggi, successi stretti e insuccessi che portarono al rischio di perdere lo scudetto a favore della Roma. Stavolta c’è il Milan davanti a tutti, ricordano Leo e la classifica, ma l’Inter potrebbe cominciare a raccontare un’altra storia rispetto a quella con Mou.
Un successo metterebbe le basi per volare alto e giocarsela in un derby scudetto. I nuovi ci saranno tutti: Ranocchia, Pazzini e Kharja in campo, Nagatomo nell’incertezza (se riposerà Thiago Motta, eccolo terzino. Sennò pronto a entrare). E oggi quando Thiago verrà convocato per la nazionale azzurra (con postilla: in attesa del responso Fifa che arriverà domani) Leo pianterà un’altra bandierina sul suo regno: questa è l’Inter più italiana degli ultimi anni. Non più l’Inter di una volta, ma l’Inter del c’era una volta.... una squadra da nazionale.