L’ora della scelta

Anche i più critici verso il governo non prevedevano che il conclave di Caserta avrebbe confermato così integralmente il disegno prodiano di trasformare l'Italia in una grande palude. Niente ci è stato risparmiato. Neppure la cabina di regia. Ma passando alle previsioni: che cosa succederà nei prossimi mesi. C'è innanzi tutto la questione del partito democratico. È questione impellente. Il ceto politico di centrosinistra si agita come un personaggio in cerca d'autore. Le risse tra Linda Lanzillotta e Pierluigi Bersani, Rosy Bindi e Barbara Pollastrini parlano di una dialettica che ha perso razionalità. Se non si fa il partito democratico finiranno per implodere in modo drammatico. D'altra parte la base sociale c'è già: da Napoli a Roma, da Genova a Torino, da Venezia a Trieste, i sindaci, i governatori di centrosinistra contano su un elettorato unificato. Confusamente unificato, ma unificato, distinto dagli alleati massimalisti.
Il problema è passare da una base locale convergente alla realtà nazionale ancora divisa: e qui nel passaggio conta ancora l'eredità postcomunista. Un bel pezzo di elettori di sinistra teme l'egemonismo-prosindacalismo-dirigismo degli eredi del Pci. Di qui il partito democratico e un garante che li sdogani. Romano Prodi sembrava l'uomo giusto, ma il premier ora sembra in altri affari affaccendato. Come ha scritto Gianpaolo Pansa si occupa molto di stendere una tela di ragno sull'economia italiana e delega ai suoi amici banchieri il compito di risolvergli le contraddizioni. Un Innocenzo Cipolletta con il doppio incarico Ferrovie-Sole 24 Ore affronta le tensioni con il piccolo establishment. A Carlo De Benedetti ci pensa chi deve aiutare a finanziare il take over Alitalia. Che bisogno c'è di rompersi la testa con un nuovo partito - sembra dire Prodi - se una «tela di ragno» da una parte e una «palude politica» dall'altra gli risolvono i problemi di deficit di potere e consenso?
L'inerzia condita con la pervasività economica è forza formidabile. La spinta della storia (in questo caso il ceto politico disperato e la base locale unificata) appare, però, irresistibile. Difficilmente non produrrà fatti nuovi. Si dovrà però sostituire Prodi nella copertura politica dei postcomunisti. Ci sarebbe De Benedetti e il suo candidato Walter Veltroni: però il proprietario di Repubblica, tradizionalmente, tra un grande affare e una grande svolta politica ha sempre scelto il primo. E quindi Prodi potrebbe riuscirlo a bloccare. L'idea di Paolo Mieli, per conto del piccolo establishment, di fungere, magari tramite Mario Monti, da copertura per Piero Fassino pare tristemente tramontata. Nelle scommesse bisogna puntare sui cavalli di razza: e Fassino non fa parte di questa categoria. Certo c'è Giuliano Amato, testa tra le più fini della politica italiana, ma disponibile a molti esiti e, per questo motivo, uno che segue i processi più che determinarli. L'unico traghettatore in circolazione resta Franco Marini, che non per nulla continua a parlare di partito democratico. Protagonista del mondo cattolico e interlocutore della Chiesa, nonostante qualche screzio con il cardinale Ruini, saggio sindacalista cislino, in grado di trovare un'intesa con l'ala riformista del mondo sindacale, un po' senza guida, Marini ha molte carte per divenire il traghettatore dei postcomunisti, magari attraverso l'esperienza di un governo istituzionale. Più di un osservatore nota, però, come il presidente del Senato quando si trova di fronte a uno snodo politico decisivo, tenda a scartare. Chissà se questa volta la spinta della storia, lo spingerà ad agire.