«L’orazione sul caso Tortora anche a Genova»

(...) degna di questo nome. Fra le cose serie, c’è il caso Tortora. E i mille casi Tortora che non hanno la forza o la notorietà per venire a galla. Fra le cose serie, c’è la battaglia per un giornalismo che non trasformi i quotidiani in discariche autorizzate di atti giudiziari. Fra le cose serie, c’è combattere la mentalità di chi pensa che «se i giornali scrivono male di qualcuno, qualcosa ci sarà». Mentalità aberrante sempre e comunque. A Genova, se possibile, un po’ di più.
Ecco, questa famiglia si è fatta sentire anche ieri. Nel silenzio, ormai consueto, della politica, forse troppo impegnata a guardarsi l’ombelico o a discutere della Biennale del Mediterraneo. Perché, si sa, questi sono i temi sentiti dalla gggente con tre gi.
Ecco, questa famiglia si è fatta sentire per dire che il caso Tortora è lo scandalo italiano, non uno degli scandali italiani. Per urlare che l’orazione civile di Antonello Piroso su La7 sul più clamoroso caso di malagiustizia e informazione deve essere portata a Genova, perché Genova è la città che ha più colpe nei confronti del papà di Portobello. E non solo perché era la sua città. Ma anche per la vergognosa odissea a cui ha sottoposto una misera targa che ricordasse il sacrificio di un italiano per bene.
Piroso, con le sue lacrime asciutte, con il suo sudore secco, con la sua rabbia dolce, con la sua dolcezza rabbiosa, con la sua ironia affilata, con le sue coltellate ai luoghi comuni e alle caste giudiziarie e giornalistiche, ha conquistato un posto nella storia della televisione e delle emozioni italiane. E merita di conquistarlo anche in una città forse troppo impegnata a dare spazio agli Odifreddi e ai Travaglio per accorgersene. Anche in una città che non ha dedicato una via a Tortora perché il partito egemone riteneva che, facendolo, si rischiasse di delegittimare la magistratura - tutta la magistratura! - e non gliel’ha dedicata perché gli abitanti di quella strada avrebbero dovuto ristampare la carta di identità.
Ecco, questa città dovrebbe dare a Piroso la cittadinanza onoraria. Dovrebbe farlo Marta Vincenzi, magari quando torna da uno dei suoi viaggi a Ekaterimburg, Odessa o Saragozza. Dovrebbe farlo Marta Vincenzi perché comunque è l’unica che - raccogliendo l’indicazione del Giornale - ha avuto lo scatto di dedicargliela, quella strada. Strada piccola, strada inadeguata, con targa inadeguata, come ha notato opportunamente Vittorio Pezzuto che del caso Tortora è una specie di uomo-sandwich. Ma, almeno, un primo passo.
E allora lasciatemi citare alcune delle lettere e delle telefonate che ci chiedono di andare avanti nella battaglia per una giustizia giusta in cui l’aggettivo torni ad essere inutile, tautologico e ridondante. E allora lasciatemi parlare di alcuni che, come me, hanno fatto l’una di notte per assistere all’orazione civile sullo scandalo della persecuzione di un uomo perbene trasformato in «cinico mercante di morte». Perché, a volte, anche la scelta delle trasmissioni da vedere dà la misura di una famiglia. Faccio i nomi, faccio alcune chiamate di correità del cuore. A partire da uno che in questi giorni è in ferie dal lavoro, ma non dall’umanità: Filippo Larganà. E poi, Sergio Maifredi, uomo di cultura - di cultura vera, intendo - che del garantismo ha fatto una scelta di vita. E ancora, Walter Bertini, che ci ha regalato le parole del suo cuore, che potete leggere qui a fianco. E poi Davide Marchelli, che ha letto, sottoscritto, apprezzato e controfirmato le nostre parole. Oppure, Maria Rosa Bracco, dolcissima e splendida lettrice imperiese che mi ha chiamato per dire che la nostra battaglia per portare Piroso a Genova è la sua. Non la sentivo da anni. L’ultima volta che aveva chiamato era stata per sottoscrivere la richiesta di intitolare una strada a Fabrizio Quattrocchi. Segno che, quando ci sono cose importanti, quando ci sono cose che fanno battere il cuore, se uno c’è, c’è sempre. Grazie. Anche di questo.