Con l’orchestra della Scala Boulez esalta Stravinskij

«Il canto dell’usignolo» e «La sagra della primavera» nel programma che tralascia i brani della tradizione sacra

da Milano

Buon Natale. Anche la Scala s'allinea - per caso, per scelta, o per passività - a togliere dalla ricorrenza la riflessione sul sacro, e nel concerto dell'antivigilia mette in programma il Rossignol e la Sagra della Primavera di Stravinskij. La rinuncia alla bella e recente tradizione è inopportuna. Nasce dall'occasione di avere sul podio il grande direttore Boulez, e di far lavorare finalmente a fondo l'orchestra, ma sembra fare parte di quel progressivo occultamento dell'identità storica e morale in cui il teatro non ha alcun bisogno di voler scivolare. Compito della critica è, senza presunzione e senza acrimonia, ma in spirito di collaborazione, segnalarlo.
Pierre Boulez ha ottantun anni ed è da tanti decenni sulla breccia. Quando apparve, sbalordì per il nitore secco delle sue interpretazioni: qualcuno disse che metteva in lavatrice le partiture a colori ed uscivano miracolosamente pulite, ma tutte bianche. Un altro gli rispose che a guardarle controluce riprendevano tutte le loro tinte. Ricordo che un appassionato di musica che girava il mondo mi fece ascoltare in una delle prime cuffie dal suono spazioso, innovatrici decisive, con la musica ascoltata simulando le fonti della realtà, la Sinfonia fantastica di Berlioz diretta da lui: ed ebbi la sensazione, per la tecnica e l'interpretazione, di essere entrato in una nuova fase della conoscenza musicale. La famosissima partitura arrivava alle mie orecchie come se la leggessi scritta, con rigore totale, sbalzata nel silenzio.
Compositore d'avanguardia esatto fino alle soglie dell'aridità, saggista fascinoso d'un'intelligenza quasi visionaria ma tutta nelle leggi e nelle passioni della ragione, Boulez ci ha insegnato a scoprire percorsi e cardini della musica. Era ed è il direttore ideale per le composizioni di Stravinskij. La Sagra della Primavera diretta da lui è un classico: quella coincidenza irripetibile di geometrico e di barbarico che dal 1913 ripulì, accese, reinventò l'ascolto del pubblico sia come pericolosa occasione di balletto sia come concerto puro, ha una tale evidenza, un'assolutezza così perentoria, una nudità così naturale da non ammettere riserve o discussioni. Nelle prime esecuzioni, l'asciuttezza era quasi prevalente, in Boulez. Sentito e visto pochi anni fa sul podio della sua orchestra parigina, aveva accentuato la scioltezza dei movimenti e il colore di gusto francese, quasi alla Ravel, degli strumenti; nella ritmicità tribale dell'ultimo tempo sembrava quasi abbandonarsi a una sobria danza intensa.
Con l'orchestra della Scala, questa volta, mi è parso più prudente. Gli strumentisti sono stati duramente messi alla prova. Era difficile per loro, e non per nulla dopo la «generale» pubblica al mattino il maestro ha chiesto qualche pilucco supplementare di ripetizione. Con certi direttori, a cui l'orchestra della Scala va abituandosi, diventano cordiali impulsi comunicativi anche le imperfezioni, gli adeguamenti: si finisce per ascoltare un poco come in automobile, per linee e grumi essenziali. Qui, il gesto sobrio, senza bacchetta, con precisione fantasiosa e mimica nei dettagli dei ritmi, impegnava strumentisti e ascoltatori a un livello più alto di consapevolezza e godimento, e la risposta è stata buona e soprattutto lodevolmente volonterosa. Il pubblico ha applaudito con convinzione il vivido e raccolto Chant du rossignol e la Sagra con asciutto entusiasmo.