L’ordinaria follia di Mozart

Barbara Catellani

Burle, piccanti astuzie, travestimenti e bizzarre pensate: barlumi di ordinaria follia di questa pazza giornata che definire «addio al celibato» sarebbe alquanto banale: saporita e briosa l'ha resa Robert Carsen e bene se n'è accorto il pubblico del Carlo Felice mercoledì sera, che ha assistito a intrighi e a vicende spassose con entusiastica partecipazione. «Ordinaria follia», si diceva… e ordinaria lo è davvero perché umana, come profondamente umana è questa opera eccezionale, la prima nata dal brillante sodalizio Mozart-Da Ponte, lontana dall'assoluto e dal sovrannaturale che tingerà a tinte un po’ fosche il «Don Giovanni», lontana anche dal perfetto equilibrio formale e dalla sottile filosofia del «Così fan tutte». Palazzo austero, stanzoni dagli alti soffitti e porticine nascoste quasi stile vecchia Genova per questa giornata folle davvero, che la regia assai vivace, condita da quel pizzico di arguta malizia, ha reso ancor più concreta nella sua perenne attualità.
«Nozze di Figaro» è davvero vetrina di sentimenti, ma non intesi nel loro senso più astratto, ideale e archetipico; qui chi comanda sono invece gli impulsi più istintivi, le passioni più brucianti, le emozioni e le paure più forti. Ecco allora intrecci che paiono insolubili, colpi di scena che svelano le arguzie e le debolezze dei personaggi, sempre in corsa, nelle mani di una realtà che assume aspetti sempre differenti, mutevoli; realtà che non si riesce a bloccare, a definire in una forma, che sfugge, li sfida, si prende gioco di loro, dei servi, ma soprattutto dei padroni, di adolescenti ma anche di vecchi, di uomini, ma anche di quelle «maestre d'inganni» che sono le donne e mettendoli come pedine nel posto sbagliato al momento sbagliato, creando fraintendimenti e imbarazzanti equivoci.
Un cast giovane e brillante ha interpretato questo frenetico guazzabuglio in abiti moderni, seguiti dalla bacchetta energica ed attenta di Tomas Netopil: un eccellente Kyle Ketelsen, Figaro instancabile e autoironico al punto giusto, pronto ad aggirarsi tra le poltrone della platea tra femmine incantatrici e «mariti scimuniti», una frizzante Susanna, interpretata ottimamente da Serena Gamberoni, Pietro Spagnoli, conte impeccabile nell’eleganza dei modi - nonostante il «Playboy» sul tavolo - ma anche della voce, calda e piena; Dagmar Schellenberger, contessa sofferta, forse un tantino troppo, se la voce non sempre ha retto all'emozione del ricordo dei bei momenti «di dolcezza e di piacer» e Marina Comparato, Cherubino tormentato e distrutto da tempeste di ormoni implacabili. Li hanno affiancati con valida interpretazione e buona presenza scenica anche il trio «attempato» e gli altri bizzarri personaggi, validi interlocutori dei protagonisti. Eccoli tutti vagare nel boschetto, che per l'occasione si trasforma in un atelier d'alta moda al cambio di stagione, popolato di nudi manichini in attesa di identità: tutti uguali, a luci soffuse diventa quasi irreale, vagamente onirico, e ancor più difficile è distinguerli, inevitabile invece confonderli. Ma questa realtà multiforme è anche stilista e a ciascuno alla fine darà il proprio abito: burlona? Può darsi, ma non c'è nulla da fare, la si accetta così. Qui sta la grande umanità delle «Nozze» mozartiane, sempre ben accolta dal pubblico di ogni genere ed età. Ed anche questa volta Mozart ha fatto centro.