L’ordine di Bossi: niente attacchi a Ciampi

In nome della devoluzione il Senatùr impone il basso profilo: «Se il capo dello Stato si mette di traverso rischiamo di finire male»

Adalberto Signore

da Roma

Sulla par condicio ci si poteva pure stare, perché l’appello lanciato qualche giorno fa da Carlo Azeglio Ciampi non poteva che vedere d’accordo l’unico partito della maggioranza che fatica a trovare spazio in tv. Ma che l’invito del capo dello Stato a «preservare la storia unitaria dell’Italia» e «confermare il patto costituzionale sul quale si fonda la nostra Repubblica» arrivato martedì mattina da Foggia rimanesse senza risposta davvero se l’aspettavano in pochi. È chiaro, infatti, che un messaggio del genere a pochi mesi dal referendum confermativo sulla devoluzione non può non essere interpretato come una sorta di «avvertimento».
La Lega, invece, tace o quasi. Parla solo Roberto Calderoli, che con Umberto Bossi della riforma federalista è uno degli artefici. E si limita a un invito cordiale: «Caro presidente, mi creda, il federalismo solidale è la soluzione per il secolare problema del Mezzogiorno». E ancora: «Ciampi è uomo che guarda al futuro e allora si apra alla coraggiosa sfida che il federalismo ha lanciato». Insomma, nonostante l’altolà del Quirinale la replica del ministro delle Riforme è pacata e niente affatto polemica. Mentre il resto del Carroccio preferisce la strada del silenzio.
Di malumori, però, ce ne sono in abbondanza. E a microfoni spenti e taccuini chiusi pochi dirigenti della Lega nascondono il disappunto verso «l’uscita di Ciampi». Ma sono ormai lontani i tempi degli strali di Bossi verso il Colle più alto della politica italiana («a quello lì con una scoreggia gli sbianchiamo i capelli», disse rivolto a Oscar Luigi Scalfaro prima di definirlo «monaco pazzo» e «farmacista esperto in microdosi di libertà»). E il Senatùr da mesi è convinto che la miglior strategia sia quella del basso profilo. Non certo perché sia meno persuaso delle sue ragioni rispetto a qualche anno fa, quanto per evitare di perdere l’occasione di incassare la devoluzione proprio a un passo dal traguardo. «Abbiamo fatto tanto e ora che manca così poco - ha più volte detto ai suoi - dobbiamo stare attenti a non buttare tutto». Così, la parola d’ordine è «cautela». Su più fronti.
Non è un caso che la Lega stia vivendo questa campagna elettorale concentrandosi sulle sue battaglie di sempre e senza alzare troppo la voce (anche se, nei quindici giorni precedenti al voto dovrebbe esserci un’accelerazione). Stesso discorso vale per il Quirinale. Bossi aveva dato la linea già prima del ricovero al Cardiocentro di Lugano per l’innesto di un pacemaker (l’operazione è perfettamente riuscita e il Senatùr è già «in ottima forma», raccontano i tre ministri leghisti che l’hanno visitato ieri). «Se Ciampi decide di mettersi di traverso sul referendum - ha detto ai suoi - rischiamo di finire male, anche perché al Sud lo stanno a sentire». Insomma, se Ciampi decidesse di «remare contro» - è il ragionamento di Bossi - avrebbe dalla sua due fattori: un buon rapporto con il Mezzogiorno (dove in questi giorni Calderoli sta cercando di portare a casa una serie di alleanze con piccoli movimenti autonomisti, non solo in chiave elettorale ma anche referendaria) e l’eventualità che non sia rieletto. Se non si realizzasse l’ipotesi del Ciampi-bis, infatti, un’opposizione al referendum dell’attuale capo dello Stato potrebbe essere ancora più devastante. La consultazione referendaria, infatti, cade subito dopo il voto per il Quirinale. In quel caso, dunque, Ciampi avrebbe tutta l’autorevolezza di un mandato appena concluso e allo stesso tempo nessun vincolo istituzionale.