L’Ordine dei giornalisti ormai è diventato più fascista dei fascisti

Le scrivo per dirle che sono disgustato per il trattamento riservato al nostro fantastico direttore Feltri da parte dell’Ordine dei giornalisti. Per mesi e mesi i giornali di sinistra hanno gettato fango e notizie false su Silvio Berlusconi, ma non c’è stato nessun provvedimento, e abbiamo dovuto assistere ad uno sputtanamento del Cavaliere anche su fatti strettamente privati. Caro Granzotto, perché non fate una raccolta di firme per l’abolizione dell'Ordine dei giornalisti?
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Come lei ricorderà, caro Alio, ad abolire l’Ordine ci si provò col referendum promosso nel 1997 dai Radicali. Ma senza esiti perché non fu raggiunto il quorum (in ogni modo, il 65,5 per cento dei votanti si disse favorevole all’abolizione, contro il 34,5 dei contrari). Fu un bel guaio perché un’occasione così chissà quando si ripresenterà. Né si può sperare che possa prenderne il posto una raccolta di firme, la cui corrispondenza è solo morale e può immaginare quanto gliene importa, ai vertici dell’Ordine, della questione morale. Qualcosa, però, bisognerà inventarsi perché fa spavento che l’organo rappresentanza della quintessenza del dettato costituzionale sulla libertà di pensiero e di espressione intervenga per limitarla e, addirittura, per privarla. Salvo che nella Corea del Nord, in Cina, a Cuba e una volta nel Sudan di Idi Amin Dada, nessun altro Paese ha mai accettato qualcosa come l’Ordine con iscrizione obbligatoria e il sindacato unico dei giornalisti. Che poi è una creatura fascista, voluta per tenere disciplinatamente in riga e sotto controllo i giornalisti. Guarda caso, il fondatore di questo giornale, Indro Montanelli, ne fu una delle pochissime vittime. Inviato dal Messaggero a seguire la guerra di Spagna, alla caduta di Santander telegrafò un articolo che cominciava così: «Una lunga passeggiata e un solo nemico: il caldo. Un caldo a picco, insistente, brutale. Un’avanzata tirata avanti, invece che a furia di fuoco, a furia di acqua». Giudizio impietoso per un’azione che vide coinvolti i nostri legionari e che con timbro trionfalistico il regime fascista aveva già eletto a gloriosa impresa che cancellava l’umiliazione di Guadalajara (dove il contingente italiano del generale Roatta subì una sonora sconfitta).
Il regime la prese molto male: Montanelli fu richiamato in patria per essere sottoposto a giudizio, il cui esito era scontato: sospensione dall’Ordine (che allora si chiamava Albo) per un arco di tempo da stabilirsi. A presiedere il consiglio d’accusa (l’equivalente di quello che ha processato Feltri) era quell’Antonino Tringali-Casanova che in seguito diede il meglio di sé al processo di Verona. Montanelli si difese con l’unico argomento che gli parve appropriato all’occasione: «Signori miei, io riferisco quello che vedo e il mestiere mi ha insegnato a credere solo alle cose che vedo». Fu tutto inutile, ovviamente, ma qui viene il bello, caro Alio. I fascistissimi membri dell’allora fascistissimo Ordine non se la sentirono di firmare la sospensione di due anni inflitta a Montanelli. Loro, giornalisti, non trovarono tanto bronzo da averne la faccia necessaria per sanzionare chi aveva fatto, in modi criticabili o meno, il giornalista. Pertanto ricorsero a una di quelle gabole nelle quali noi italiani siamo maestri: chiesero che fosse il partito a sospendergli la tessera. E siccome senza tessera del Pnf non si poteva avere quella dell’iscrizione all’Albo il risultato fu lo stesso: Montanelli venne sospeso e per mettere insieme il pranzo con la cena dovette trascorrere un paio d’anni in Estonia, in qualità di lettore di italiano all’Università di Tallin. Ecco, caro Alio, questo mi premeva sottolineare: l’altro ieri i membri Consiglio dell’Ordine che hanno sanzionato Vittorio Feltri, quel bronzo l’hanno trovato, e in abbondanza. Mostrandosi alla fine assai più fascisti dei fascisti che cogliendo l’enormità illiberale della sanzione almeno passarono la mano.