L’orecchino di Vendola agita il Pd. Follini saluta

L’ex Udc medita il ritorno a casa dopo la débâcle alle primarie di
Milano: "Si rischia di finire fuori strada". I moderati tra i democratici preoccupati dall'avanzata della sinistra estrema nell'alleanmza. L’imbarazzo di Enrico Letta
e Fioroni

RomaSono quelli che non hanno l’orecchino all’orecchio né l’anello al naso. Sono i moderati del caravanserraglio denominato Pd, quelli che ogni tanto si accorgono che ci sono spifferi fastidiosi in casa loro. E pensano di cambiare abitazione e quartiere. Sono quelli come Marco Follini, come Enrico Gasbarra, come Enrico Letta. Quelli che pensano all’alleanza con il centro mentre qualcun altro, orfano della falce, nostalgico del martello, sterza con violenza verso il massimalismo. Cattolici che guardano con sgomento il vendolismo fare ombra al Pd, che vedono con preoccupazione spostarsi a sinistra la barra delle future alleanze, che ascoltano con disagio il segretario Bersani parlare di eutanasia e laicismo in televisione.
Il naufragio delle primarie del centrosinistra a Milano, che domenica hanno visto vincere Giuliano Pisapia, appoggiato da Nichi Vendola, per loro è una spia rosso fuoco. Vedersi mettere i piedi nel piatto nella seconda città italiana dalla frangia estrema della sinistra, quella che due anni e mezzo fa, alle elezioni politiche, non strappò nemmeno quel po’ di voti necessari ad avere una rappresentanza in Parlamento non è sopportabile, anche se è chiaro che Vendola Nichi ha quel po’ di carisma sufficiente a farne un gigione di fronte a Bersani e soci. Il vento dell’Est soffia forte tra le sparse truppe progressiste; e arrivano i flebili «non ci sto» dei cattolici e moderati del Pd, quelli che non affidano la propria credibilità politica alla bigiotteria. Il primo obiettore è Marco Follini, che critica il metodo («Il culto delle primarie a lungo andare rischia di trasformare il Pd in un campo di battaglia per le scorrerie di tutti gli altri. Avverto fortissimo il rischio che il partito finisca fuori strada») ma in realtà è spaventato dal merito: la deriva estremista della casa dei democratici. Follini, che come un pontiere ha lavorato senza sosta a creare vie di comunicazioni con le isole centriste, ora si trova attorniato da gente che guarda affascinato le aride steppe dell’estrema sinistra. E pensa a un clamoroso ritorno all’Udc, di cui è stato segretario dal 2002 al 2005. Molto scomodi dentro un Pd «de sinistra» ci stanno anche i deputati ex-Ppi come Simonetta Rubinato, l’ex presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra e Rodolfo Viola, che lanciano un appello: «Il Pd ha il dovere di ritrovare il suo elettorato moderato accentuando la sua vocazione riformista. È il tempo della responsabilità per evitare di finire come nel 1994 dentro una perdente, gioiosa macchina da guerra». Si toglie l’orecchino anche Enrico Letta: «Sarà bene riflettere in profondità prima che sia troppo tardi», butta là sibillino, facendo capire che urge riperimetrare l’alleanza guardando al centro e non à la gauche. Quanto al veltroniano Paolo Gentiloni, annusa l’aria e dorme preoccupato: «Il risultato delle primarie di Milano prefigura quelle che sarebbero le nostre difficoltà se il Pd accettasse di essere confinato in una coalizione di sinistra». E l’ex ministro Giuseppe Fioroni, uno a cui l’orecchino non starebbe nemmeno bene, taglia corto: «Dobbiamo dire con chiarezza che vogliamo l’alleanza al centro con Casini e Rutelli. Basta zig zag».
Poi ci si mette anche Pierluigi Bersani a imbarazzare i cattodem. Nel suo elenco di valori di sinistra sciorinato da Fabio Fazio, sentenzia: «Se devo morire attaccato per mesi a mille tubi non può deciderlo il Parlamento, perché un uomo resta un uomo, con la sua dignità, anche nel momento della sofferenza e del distacco». Sbuffano i parlamentari del Pd Emanuela Baio, Mariapia Garavaglia, Daniele Bosone e Luigi Bobba: «Abbiamo perso l’occasione di parlare con una parte importante della società italiana, che vede nella vita un valore da promuovere e tutelare e non semplicemente un bene materiale del quale ciascuno di noi può disporre a proprio piacimento. La cultura radicale non può essere patrimonio del Pd». C’è da chiedersi adesso quale sia davvero il patrimonio del Pd. Un orecchino?